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domenica 19 novembre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Di Bella al contrattacco "chiude" con le istituzioni

ROMA - Come era prevedibile, dopo la cannonata sparata ieri dall'Istituto superiore della Sanità contro l'efficacia della cura Di Bella, è arrivata oggi la risposta del professore modenese: "Non riconosco più alcuna validità alla sperimentazione che il Ministero sta facendo sulla Multiterapia e rinuncio a ogni collaborazione con le istituzioni". Ivano Camponeschi e Giuseppe Di Bella, portavoce e figlio del professore hanno risposto, in una conferenza stampa, a quello che hanno definito "l'ultimo tradimento" delle istituzioni, vale a dire il giudizio di "scarse speranze di guarigione" della multiterapia: "Hanno dimostrato la loro malafede, prendendo in esame solo quei dati che potevano portare alle conclusioni che loro volevano", ha detto Giuseppe Di Bella. E ora il professore passerà al contrattacco. "Li sommergeremo di dati", ha proseguito il figlio del fisiologo modenese. "Raccoglieremo noi tutti i dati e ricostruiremo noi tutta la documentazione".

"Per noi è chiaro che la sperimentazione è fallita perchè la medicina ufficiale ha fatto di tutto per farla fallire", ha concluso il figlio di Di Bella. "I casi di guarigione sono tantissimi. Ma nessuno di questi, inspiegabilmente, è stato preso in considerazione. Perché?". In serata la replica del comitato che ha esaminato le cartelle cliniche dei pazienti di Di Bella. "Un'analisi trasparente, verificabile, ripetibile: chiunque la ripeta otterrà i medesimi dati". Le cartelle escluse, hanno spiegato gli esperti dell'Iss, sono solo quelle che non si riferivano ai malati di tumore o di persone che non hanno effettivamente seguito la terapia. "Sono state poi valutate solo le cartelle i cui dati fossero verificabili attraverso una fonte indipendente come i Registri Tumori Italiani", hanno aggiunto, ribadendo che "i casi di pazienti che hanno seguito solo il metodo Di Bella sono solamente quattro, di cui tre deceduti".

Ma la guerra tra Di Bella e le istituzioni non è destinata a esaurirsi alla battaglia sull'analisi delle cartelle cliniche. Il legale del professore, Enrico Aimi, ha infatti annunciato un'ulteriore clamorosa iniziativa: un esposto alla Procura di Napoli contro un medico dell'ospedale Pascale che avrebbe cercato di dissuadere una paziente, ricoverata in un reparto dell'ospedale, a continuare con la multiterapia Di Bella. Questo il racconto di Aimi: "La donna è stata convocata da una persona che lavora all'interno del nosocomio. Questi ha cominciato con il farle un quadro disastroso del suo male, poi l'ha invitata a lasciare immediatamente la terapia Di Bella per tornare ai metodi di cura tradizionali. La paziente è caduta nello sconforto, poi però ha deciso di non arrendersi. E' riuscita a procurarsi la sua documentazione clinica e ha scoperto di essere stata ingannata: il suo male, seguendo la multiterapia, si era addirittura bloccato in una parte del corpo e in un'altra era regredito sensibilmente. La donna è corsa allora dalla persona che le aveva detto che era peggiorata, ha preteso anche da lui la documentazione clinica, poi ha preteso di continuare con la terapia Di Bella".

Immediata, anche in questo caso, la replica. Silvio Monfardini, direttore scientifico dell'istituto per la cura dei tumori "Pascale" e responsabile della sperimentazione del metodo Di Bella condotta nell'ospedale napoletano parla di "desiderio di rivalsa" e di speculazioni sulla pelle dei malati. Il direttore scientifico del "Pascale", ricostruendo la vicenda della paziente, ha detto che "alcune lesioni mostravano una piccola regressione, altre erano progredite; i medici si sono chiesti se proseguire la multiterapia Di Bella o passare alla chemioterapia". Dopo aver parlato dei dubbi con la donna, ha proseguito Monfardini, "i medici hanno deciso di continuare con la terapia del professore modenese". Il direttore scientifico del "Pascale" ammette però che possa esserci stato qualche malinteso con la paziente: "In questo caso c'erano dei dubbi oggettivi sulla prosecuzione della multiterapia, ma i medici hanno avuto come sempre un atteggiamento aperto, discutendone con la stessa paziente".

La Repubblica 24/06/1998
http://www.repubblica.it
   
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