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venerdì 24 novembre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Rassegna stampa

GLI ITALIANI E LA SALUTE. L’ONCOLOGIA UFFICIALE INIZIA A GUARDARE CON ATTENZIONE ALCUNI FARMACI USATI DAL FISIOLOGO MODENESE. PARLA IL PROFESSOR MAURIZIO PIANEZZA
L’intuizione di Di Bella ha un fondo di verità

Il professor Maurizio Pianezza insegna oncologia sperimentale in un corso di perfezionamento all’Università di Milano e opera come chirurgo all’Università degli Studi di Genova. A lui chiediamo se nell’oncologia «ufficiale» circoli qualche traccia di ripensamento circa l’opera dell’anziano ricercatore modenese.
«Siamo in un momento – risponde Pianezza – in cui l’oncologia sta modificando le sue prospettive. Il cancro finora è stato visto soprattutto come un’unità morfologica da estirpare e poi tentare di azzerare con la chemioterapia; cosa, purtroppo, spesso non possibile. Allora l’oncologia comincia a guardare a quei farmaci in grado di agire sulle strutture biomolecolari tipiche del cancro, cioè sui suoi fattori di crescita.
E in quest’ambito si colloca l’intuizione di Di Bella: condizionare quel processo biologico che è il cancro, depotenziandone la proliferazione e inducendo l’apoptosi, cioè il suicidio delle cellule malate.
Ora, almeno due effetti della somatostatina sono da tempo riconosciuti in oncologia: l’inibizione dei fattori di crescita insulinici, e l’allungamento del passaggio tra fase quiescente e fase proliferante delle cellule, allungamento cui consegue il “suicidio” delle cellule cancerogene.

Per questo motivo un oncologo famoso come Lucien Israel, già direttore del Gustav Roussy Institut di Parigi, da qualche anno somministra la somatostatina in tutti i tipi di tumore, benché insieme ad altre terapie.
Ma il rallentamento del passaggio alla fase proliferante, con l’aggiunta di un altro farmaco adiuvante, ha anche un altro effetto: produce un “riallineamento” delle cellule, tale da renderle recettive a quegli acidi retinoici, in grado di inibire la proliferazione tumorale.
Nel contempo il rallentamento interviene nella differenzazione, inducendo la produzione di cellule meno maligne».

Allora c’è, questo ripensamento fra gli oncologi?
Io credo che si sia capito che l’intuizione di Di Bella, più che la sua terapia vera e propria, ha un fo ndo di v erità. Adesso alcuni provano a levare o aggiungere molecole, e forse qualcuno finirà con l’appropriarsi dell’idea del professore modenese.

Se l’intuizione merita di essere approfondita, perché è stata rifiutata anche dalla comunità scientifica internazionale?
Io ho parlato con il professor Paul Calabresi, membro del comitato internazionale sulla sperimentazione. Sostanzialmente quello che, prima di tutto, imputava a Di Bella, era di non avere saputo spiegare come e perché il suo metodo poteva funzionare. Di Bella parla un linguaggio da fisiologo, non da oncologo. L’incomprensione è stata anche un fatto di «lingua».

La sperimentazione si è chiusa con numeri fallimentari. Perchè?
Perché è stata fatta male. Il primo errore lo ha fatto Di Bella: non doveva accettare che fosse condotta al di fuori del suo personale controllo. Doveva scegliere accuratamente le patologie fra quelle per cui la chemioterapia si è dimostrata inefficace, evitando pretesti conflittuali. Non doveva accettare malati con metastasi plurime.
Ma l’altro grave errore è stato assegnare la sperimentazione a istituti ideologicamente contrari all’ipotesi Di Bella, infastiditi anzi per il fenomeno popolare che si era sviluppato attorno a una terapia nata in un laboratorietto sconosciuto.
Un rapporto dei Nas afferma che parte dei farmaci somministrati erano scaduti. In parte erano scaduti; all’acido retinoico non era stato tolto completamente l’acetone immesso per la preparazione; le prove di stabilità dei prodotti, mi risulta, non erano state fatte.

Alcuni pazienti poi sono stati distolti dalla cura da medici che chiedevano loro se non erano matti... Perché tanta ostilità?
Di Bella è un battitore libero: ha partorito la sua idea lontano da quei circuiti internazionali della ricerca, fuori dai quali è difficile portare avanti un’idea. Però lei distingue fra l’«intuizione» e terapia. L’idea di Di Bella è paragonabile alla prima automobile: che era quattro ruote, un sedile e un volante, non certo la Ferrari. Però era un principio su cui lavorare. Quanto alla terapia, tutte le terapie hanno dei limiti. La stessa chemioterapia, se non intervenisse prima la chirurgia, si troverebbe davanti a una Waterloo.

Quanti malati seguono la cura oggi in Italia?
Alcune migliaia. I media non ne parlano più, c’è una cappa di silenzio. Ma la voce passa di malato in malato. Purtroppo, molti approdano alla terapia solo quando non hanno più speranze. Sono malati così gravi che non è più possibile fare niente. I risultati migliori si hanno con quei pazienti che fin dall’inizio rifiutano la chemio, e hanno un sistema immunitario non debilitato.

Ma lei, a un amico, consiglierebbe la terapia Di Bella?
Il consiglio è un problema complesso. Un medico che indirizzi verso una cura che per lo Stato è inefficace, rischia conseguenze legali. Può vedersi accusato anche di omicidio colposo. Alcuni medici dibelliani sono stati denunciati da oncologi tradizionali. Poi, non disponendo di dati clinici, non è possibile per i medici valutare gli effetti terapeutici della cura. Tuttavia, sono convinto che la sperimentazione fatta sia inattendibile. Ci vorrebbe un tavolo di confronto fra oncologi vicini alla biologia molecolare, e una sperimentazione non ideologicamente contraria, con protocolli su patologie idonee.
L’intuizione di Di Bella merita di essere approfondita.

di Marina Corradi

L'Avvenire 19/12/2002
   
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