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venerdì 17 novembre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Rassegna stampa

"Non può giudicarmi gente che tutti i giorni si macchia di omicidi colposi"
Di Bella, il giorno della rabbia

MODENA - Eccola l'altra Italia stretta attorno al suo Piccolo Padre. Altra non perché è il paese del dolore, ce ne sono tanti purtroppo, ma perché ormai ha scelto strade, riti, speranze, tutte sue. Via da Roma, via dal potere ufficiale di camici bianchi e politici. Con persino la disperazione diversa da chi resta a curarsi con la chemioterapia, la radio. Tutti dietro a questo ometto, Luigi Di Bella, Napoleone dai capelli bianchi che comunque torna sempre nella sua Parigi e a gente che per lui andrebbe nel fuoco. E mentre il suo avvocato, unico legame rimasto verso i nemici, annuncia denunce e ricorsi, lui si innalza come un re espropriato contro Roma: "Sono qui a spiegare la bocciatura del mio metodo? Ma quale bocciatura? La sperimentazione che hanno fatto non ha niente a che vedere con me, io non ci ho messo muso. Gente che si macchia tutti i giorni di omicidi colposi non credo possa avere l'autorità di imputare al sottoscritto l'insufficienza di una certa terapia". Accuse violentisime, verso chi? "Lo dica lei" quasi ringhia, condottiero forse sconfitto ma non domo attorniato dal suo popolo. "Da che parte sta?" urla al giornalista. "Di verità ce ne è una sola. La mia e non l'altra. Non ce ne sono due. Io ho insegnato per quarant'anni a tanti medici, tanti farmacisti venuti da fuori. Non ho bisogno di nessuna statistica. Se vogliono posso insegnargliela anche a loro".
Si sono dette tante parole, ieri a Modena, alla conferenza stampa di Di Bella e del suo clan. Ma soprattutto si è celebrato l'addio di una fettina d'Italia: era in corso da mesi ma ora è definitivo. "Da che parte stai?". L'altra Italia se ne va per sue strade, sperimentazioni, riti medici, suoi farmacisti, suoi circuiti. Ivano Camponeschi, il portavoce, sbandiera i "dati dal Brasile". "Là il metodo Di Bella funziona, qui da noi no". Attacca Scalfaro, Prodi, Rosi Bindi. Il Potere. Annuncia la sperimentazioni di volontari, risultati per settembre "certificati da una commissione internazionale". "Perché solo allora? - si arrabbia Di Bella - Perché sono solo, non ho il potere di quelli di Roma".
Sul palco dell'hotel Raffaello appare una siringa necessaria per la terapia. "Costa solo 350 mila lire, invece delle almeno 800 mila di quelle ufficiali". Un farmacista racconta come riesce a produrre somatostatina a 44 mila lire contro le 350 mila del corso ordinario. Un pubblico attentissimo segue tutto. Applaude, ritma. In una decina si alzano quando dal palco, come a una convention, si chiede se ci sono malati disposti a farsi intervistare dai giornalisti. Giuseppe Di Bella dice che 850 studi clinici hanno certificato la bontà del metodo del padre. Enrico Aimi, l'avvocato e anche il diplomatico del clan, annuncia che presenterà esposti alle Procure della Repubblica "per accertare che nella sperimentazione del ministero sia stata seguita l'esatta composizione dei farmaci del protocollo del professore".
"Non indaga solo Raffaele Guariniello a Torino che accertò l'assenza di certi farmaci e ha sentito Di Bella non certo come imputato". Si immagina una riscossa giudiziaria. "Se ne occupa anche il procuratore Salvatore Fregola della Corte dei Conti di Perugia per accertare se i soldi della sperimentazione sono andati davvero per il metodo Di Bella".
Marescialli che preparano l'ingresso a lui, due ore dopo gli altri. Tutto in blu, con la testa bassa. "Lei è grande, mia mamma è morta in una settimana per gli effetti tossici e non per la somatostatina" gli urla uno. Occhi si inumidiscono, tutti in piedi. E lui non perdona.
Attacca la medicina ufficiale: "Dove sono stati reclutati i pazienti, da chi, per raccogliere quali dati? E poi è davvero sufficiente il numero di 134 pazienti relativi ai primi protocolli?". E insieme le fa lezione. Problemi di tossicità? "Ci sono 40 mila persone che questi farmaci li prendono da altre parti e non hanno mai avuto danni. Ce ne sono presenti anche qui". Persino dice come dovrebbero funzionare al ministero, invoca i carabinieri: "Ma questi signori si sono mai chiesti la natura dei farmaci che stavano usando. Io ne ho annusato, sentito qualcuno. I Nas non potrebbero accertare se la preparazione è stata fatta bene? Il ministero della Sanità non ha vagliato il fatto che ha l'obbligo della sorveglianza?".
Racconta di un'unica riunione a cui ha partecipato a Modena, di "un oncologo di Milano, il professor Veronesi, sempre irreprensibilmente gentile" che decise l'elenco delle neoplasie da trattare. È il giorno della svolta definitiva. "Cosa cambia con la bocciatura? Niente: Ci mancherebbe che le mie attività dipendessero da quel che fanno loro. È indegno non per me ma per tutte le persone che soffrono e soffriranno domani".

di Marco Marozzi

La Repubblica 30/07/1998
http://www.repubblica.it
   
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