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martedì 21 novembre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Rassegna stampa


La scomparsa dello Scienziato

GATY SEPE
Non fu soltanto un complicato intrigo di ricette, pretori e contestazioni l’affaire Di Bella. E chi non ebbe l’acutezza e la sensibilità di capirlo allora - quando quel vecchio medico, testa candida e faccia da Mastro Geppetto, ricurvo sui suoi 85 anni di cocciuta passione riuscì a dividere l’Italia portando il cancro nelle aule di giustizia e il dolore degli ammalati in piazza - non può ignorarlo adesso.
Luigi Di Bella, classe 1912, è morto ieri mattina all’ospedale Estense di Modena dove era ricoverato in gravi condizioni per una crisi respiratoria dalla fine di maggio e non c’è nessuno che non ne ricordi l’onestà e l’umiltà, la buona fede, l’umanità. Anche, e soprattutto, tra i suoi «detrattori». Sulla terapia anti-cancro messa a punto dall’anziano fisiologo e «bocciata» definitivamente nel 1998 dall’Istituto superiore di sanità, pesano ormai più dubbi che speranze, ci sono solo certezze sui meriti umani di quel vecchio camice bianco con tre lauree e pochi soldi in banca che aveva il dono di saper ascoltare i malati.
I parenti, i più stretti collaboratori e gli amici della famiglia Di Bella sono stati gli unici ad aver avuto accesso ieri alla camera ardente allestita all’ospedale civile S. Agostino. Oggi alle 12 a Fanano i funerali. «Mio padre ha lavorato tutta la vita per trovare una terapia che distruggesse soltanto la malattia, consentendo ai pazienti di continuare a vivere. Ho il dovere morale di portare avanti questa verità in cui mio padre credeva e per la quale si è sempre battuto», ha detto Giuseppe, uno dei due figli di Di Bella.
Somatostatina, melatonina, retinoidi e bromocriptina: erano questi i principali ingredienti del coctail alla base del metodo Di Bella. Termini che entrarono improvvisamente nel linguaggio comune tra la fine del ’97 e l’estate del ’98 quando una raffica di provvedimenti giudiziari impose alle autorità sanitarie, in nome del diritto alla «libertà di cura», di somministrare la cosiddetta «Mdb» ad un numero sempre crescente di malati terminali.
A dare il via alla vicenda giudiziaria era stato l’allora pretore di Maglie (Lecce) Carlo Madaro: i ricorsi per ottenere i farmaci della multiterapia, alcuni dei quali, come la somatostatina, allora molto cari o difficilmente reperibili si moltipliocarono dopo il suo primo provvedimento in favore di un bimbo di due anni. E la Puglia, lontana diverse centiniaia di chilometri dalla casa-studio alla periferia di Modena dove il metodo era nato, divenne la terra promessa dei «dibelliani»: nonostante le «scomuniche» dell’allora ministro della sanità Rosy Bindi, la giunta regionale di centro-destra approvò infatti una delibera che disponeva la somministrazione della Mdb a tutti i malati terminali che ne facessero richiesta da parte delle Ausl.
Centro-destra con Di Bella, centro-sinistra contro. Gli slogan degli ammalati in favore del diritto alla libertà di cura e contro la medicina tradizionale, gli appelli degli oncologi a non abbandonare le cure ufficiali e contro un metodo di cura non scientificamente provato. Il Paese era diviso, ma a Modena, in via Marianini 45, davanti alla porta di quella villetta che il vecchio professore aveva costruito con le sue mani negli Anni Cinquanta, i malati di tumore e i loro familiari bivaccano per giorni. Mastro Geppetto in camice bianco li riceve tutti, li tiene sotto per non meno di due ore ciascuno, li licenzia con una ricetta e una speranza e senza chiedergli una lira. Per mesi, l’Italia parla di cancro e di chemioterapia. Vede le facce del dolore e sente le voci della sofferenza. Scopre quanto bisogno ci sia di una medicina dal volto umano.
In via Marianini dovrà finirci anche il ministro Bindi, per strappare al cocciuto professore il consenso alla sperimentazione. Una commissione di esperti internazionali presieduta da Umberto Veronesi provò il metodo su malati oncologici selezionati, il verdetto arrivò nel novembre del ’98: la cura Di Bella non funzionava. Almeno non contro il cancro. La vicenda Di Bella, sottolinea invece Franco Cuccurullo, Presidente del Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca, Rettore dell’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti-Pescara, e, all’epoca presidente del Comitato etico del Ministero della Sanità, ci ha insegnato il rispetto per il malato, per la sofferenza, per la morte.

Il Mattino 02/07/2003
http://ilmattino.caltanet.it/hermes/20030702/NAZIONALE/ATTUALITA/PANE.htm
   
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