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venerdì 24 novembre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Rassegna stampa


Morto Di Bella, sperimentò la multiterapia anti-tumore e divise il Paese

ERA luglio. Faceva un caldo da togliere il fiato come in questi giorni. Davanti al portone del ministero della Sanità, all’altezza dell’isola Tiberina, i parenti dei malati di cancro che si affidavano alla terapia del professor Luigi Di Bella. Con loro, quell’estate del ’97, c’erano anche tanti pazienti. Stremati dal viaggio, dall’afa, dalla malattia e dalla speranza in una cura che il servizio sanitario nazionale non “passava” gratuitamente. Lì sotto al ministero si erano portati anche le catene. Per immobilizzarsi sul Lungotevere fino al momento in cui l’allora ministro della Sanità, Rosy Bindi, avesse deciso di parlare con loro. E’ stata la prima manifestazione pubblica di pazienti, altre di livello meramente scientifico si erano svolte nelle sale congressi degli alberghi e nei cinema. Martoriati dal cancro ma decisi a farsi sentire.
Urlavano al mondo il loro male e rivendicavano il diritto di curarsi come meglio credevano. Con la terapia firmata Luigi Di Bella. Piccolo, mite e canuto scienziato docente di Fisiologia all’università, emigrato a Modena dalla provincia di Catania nei primi anni Quaranta. Il professore, morto ieri a pochi giorni dal suo novantunesimo compleanno, che aveva messo a punto nel suo studio-laboratorio una combinazione di farmaci (somatostatina e altre sostanze già utilizzate in oncologia) e multivitamine. Con la proprietà, secondo il ricercatore, di «mettere in moto i meccanismi naturali di difesa dell’organismo». Proprietà sostenuta da migliaia di pazienti (e parenti di pazienti) ma contestata dall’oncologia tradizionale e bocciata dagli esiti della sperimentazione ufficiale che venne fatta, per un anno nel ’98, dal servizio sanitario nazionale.
Quel pomeriggio di luglio, dunque, è stata ufficializzata la nascita di un esercito compatto, agguerrito e battagliero, capace, con i sistemi più diversi, di portare più volte in piazza migliaia e migliaia di persone. Tra la fine del ’97 e l’inizio del ’98, infatti, si è scatenato il putiferio. Non del tutto vano, dal momento che con il coro dei mass media si è, per la prima volta, affermata una maggiore consapevolezza dell’esigenza di rivedere il rapporto tra medico (oncologo in particolare) e paziente. La medicina tradizionale era riuscita a fare fronte fino al giorno in cui il pretore di Maglie (Lecce), Carlo Madaro, con un suo provvedimento ha fatto cambiare il vento alla vicenda.
Madaro, oggi consigliere regionale dell’Ulivo, la stessa parte politica della Bindi con la quale allora polemizzava, il 16 dicembre ’97 emanò un’ordinanza con la quale obbligava la Asl a dare gratuitamente la cura del fisiologo modenese ad un bambino di due anni malato di tumore. Venne così sancita la “libertà di cura”. Partì l’assalto ai pretori di tutta Italia. I seguaci, molti medici, di Di Bella partirono con i tam tam. Si misero in moto i mondi più diversi: radio private (a Roma “Radio Radio”), tv locali, associazioni di malati, cortei, salotti televisivi, libri, dibattiti, polemiche, scontri scientifici e ideologici. Gli oncologi mandarono giù senza alcun entusiasmo la sperimentazione decisa per verificare la tesi Di Bella. Un partito politico, come An, sposò la causa. Cominciarono a ripetersi i provvedimenti alla Madaro. Nonostante le “scomuniche” del ministro della Sanità Rosy Bindi che, nel suo operato durante quei tormentatissimi mesi, ebbe sempre il sostegno del governo. Anche il presidente della Repubblica Scalfaro la applaudì più volte.
Oggi lei stessa dice: «La morte di Luigi Di Bella rievoca una vicenda dolorosa e difficile contrassegnata da una grave strumentalizzazione della sofferenza dei malati di tumore. Al professore va la compassione e il rispetto che si devono a chi è ormai affidato alla misericordia di Dio». Ora che quel piccolo grande professore, schivo come pochi, è morto, di lui si ricordano le doti umane. «E’ stato combattuto da gran parte delle istituzioni tuona il presidente della Regione Lazio Francesco Storace, allora alla testa dei cortei pro-Di Bella ma è stato amato dal popolo». Le polemiche sulla sperimentazione, però, restano. Quasi tutti i commenti dopo la morte lo tratteggiano come un medico capace di comprendere e ascoltare i malati. E’ stato soprattutto questo aspetto, infatti, a fascinare emotivamente quelli che si rivolgevano a lui. La sua capacità di ascoltare, secondo molti, è l’eredità indiscussa che lascia.
Franco Cuccurullo, allora presidente del Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca, oggi rettore all’università di Chieti: «La gente è stanca di un rapporto con il medico e con il mondo sanitario che si è progressivamente inaridito. Si può essere molto bravi ma solo se il paziente sente di avere nel medico un amico pronto a battersi. E’ forse questo uno dei messaggi più importanti della vicenda Di Bella. Ma, per scoprirlo era davvero necessario un caso nazionale?». Il figlio del professore, Giuseppe, medico sempre al suo fianco, assicura che il lavoro fatto fino ad oggi non verrà abbandonato. «Le sue ultime parole? “Sono grato a quanti mi hanno attaccato: così mi hanno costretto a dare il massimo di me stesso per arrivare al perfezionamento della mia cura”. Ne sono certo: la sua terapia non cadrà nel vuoto».

di CARLA MASSI

Il Messaggero 02/07/2003
http://ilmessaggero.caltanet.it/view.php?data=20030702&ediz=01_NAZIONALE&npag=1&file=MASSI.xml&type=
   
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