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martedì 21 novembre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Rassegna stampa

Era il 7 marzo 1998 quando il ministro siglò a Modena la 'tregua' con il fisiologo. Un testimone racconta come andò davvero Il resoconto dello 'storico' incontro col professor Di Bella in via Marianini
Con 'la signorina Bindi' un duello di 2 ore

Modena, che ha «snobbato» il professor Luigi Di Bella, dovrebbe adesso recuperare con un segno tangibile di riconoscenza, magari intitolando «una piazza importante» al fisiologo. A chiederlo è Enrico Benini, presidente di Forza Centro. Benini sostiene che «un Giuliano Barbolini dignitoso non ha sopperito all'indifferenza dei suoi cittadini. Mi è bastato aprire i giornali e leggere i necrologi per vedere che i soliti noti che sempre compaiono quando muore qualcuno 'importante' erano assenti. La Modena che conta ha avuto l'onore di avere come cittadino un genio mondiale della ricerca e della medicina ma non si è molto preoccupata di valorizzare queso scomodo talento». Intanto il giornalista Vincenzo Brancatisano rivela il contenuto dello 'storico' incontro in via Marianini tra Di Bella e il ministro Rosy Bindi, al quale ha assistito direttamente.

di Vincenzo Brancatisano
E' sabato 7 marzo 1998. La sperimentazione Di Bella è appena entrata in una fase cruciale. Ma il decreto legge che la istituisce non piace al professor Di Bella, nè ai suoi medici, che per protesta hanno sospeso le visite.
Per tutta la mattinata migliaia di manifestanti, a Roma, chiedono di incontrare il presidente Scalfaro o il Presidente del Consiglio. Si contesta il decreto. In quelle ore partono i primi test sui pazienti, le aspettative sono altissime, la Bindi ha bisogno di un segno distensivo. E spiazza tutti. Sale in auto, e quando alle 16 arriva in via Marianini, ci sono 50 giornalisti ad attendere.
Lui la tiene sulle corde per più di due ore, si dice onorato di avere in casa un ministro, seduto sulla poltrona rossa su cui si sono sedute migliaia di pazienti. Lei lo rimprovera di avergli mandato in piazza migliaia di pazienti a protestare. «Io non ho mandato nessuno. Mi dica, signorina, lo cambiamo questo decreto? A me sembra molto offensivo che un medico debba essere minacciato di sanzioni». La Bindi è conciliante: «Ecco, professore, questa norma la cambiamo. Scriviamo che i farmaci sono in corso di sperimentazione ospedaliera, così lei non si sentirà più offeso». Il professore non è convinto, e neppure il figlio Adolfo. Il decreto così com'è non va. Viene avvertito il figlio Giuseppe che si precipita verso Modena. La Bindi ogni tanto alza la voce e sottolinea che il decreto serve a tutelare i malati dai medici imbroglioni. Il prof l'ascolta: «Io sono la persona più umile di questo mondo e non avrei mai osato pensare di avere in casa un ministro e un prefetto» dice a un certo punto alludendo ad Alberto Ruffo, chiamato nello studio per fare da 'arbitro'.
Di Bella scorre il decreto con gli occhi guardinghi e arrossati. «Professore - implora la Bindi - avevamo raggiunto un accordo, perché rovinare tutto? Perché non si rimette a curare i suoi malati mandando un segnale ai medici affinchè riprendano le terapie?». Poi, quando qualcuno allude a presunte pressioni del farmacologo Silvio Garattini, il ministro s'inalbera: «Garattini è solo uno che è più scettico di altri, ma lui non c'entra. Mi dica, professore, io le ho fatto qualcosa che non va bene?» E lui: «Lei no, io la rispetto, signorina». Ma sembra volerla prendere per sfinimento: «Mi dica, quando le cambia queste norme? Io ho una mentalità poco giuridica, ma questo ciarpame di norme io non lo accetterei. Ho un certificato di laurea che mi sono guadagnato. Che uno osi incidere sulla mia onorabilità non lo accetto». La Bindi ribadisce che il decreto intende punire i medici disonesti: «Lei lo sa che ci sono medici disonesti, professore?» «Ce ne sono, ma devo pagare io? Cosa c'entro io? L'Ordine dei Medici di Modena ha osato diffidare il sottoscritto, ma io prima di fare una ricetta ci penso mille volte»
Il ministro darebbe qualunque cosa pur di portarsi a Roma almeno un pareggio, che in trasferta vale oro. Tenta di adulare Di Bella: «Prima lei era un medico che se ne stava qui dentro a curare i suoi malati, ora è diventato un medico di questo paese, tutti la conoscono». Ma lui non si commuove: «Se lei sapesse, signorina. L'altro giorno sono andato a Todi per ritirare una medaglia d'oro. Todi è una cittadina meravigliosa, ma non ho potuto visitarla, ho dovuto stringere tante mani. Cosa sono diventato io, una bestia rara? Io sono schiavo di questa storia. Ormai per uscire devo mascherarmi». La Bindi: «Ma noi abbiamo fatto un dono a lei con questa legge. Quanti possono vantare di vedere scritto il proprio nome in un decreto?» Di Bella: «Io credo che sono stato io a fare un dono a voi, signorina».
Intanto le si fa presente che i pazienti non trovano più la somatostatina, l'Endoxan o il Synacten. La Bindi: «Con il battage che si è fatto, la domanda di questi farmaci è esplosa e le industrie non ce la fanno più».
Ma il ministro vuole a tutti i costi uscire in giardino con una dichiarazione distensiva da fornire ai giornalisti. «Mi impegno a fare alcuni emendamenti se lei si impegna a collaborare. Ma dobbiamo procedere, non possiamo andare avanti con un movimento di piazza che servirà solo a disturbare la sperimentazione. La prego, non possiamo ottenere l'effetto contrario dopo quello che abbiamo fatto». Di Bella: «Io non dubito dei finalismi suoi, signorina. Ma basta andare in una Divisione oncologica per cambiare idea». Il ministro: «Ma abbiamo finalmente convinto gli oncologi...». Di Bella: «Lei crede di averlo fatto». Lei: «Vedo che non si fida». Lui: «L'unico che mi ha dato un po' di fiducia è stato il prof. Veronesi. Ma gli altri... Comunque voglio che le minacce siano tolte dal decreto». Il ministro insiste. E' disposta a cedere su qualche dettaglio formale, ma la ratio del decreto non si tocca. E quando la «signorina» gli fa capire che la sua poltrona è rovente e che si sta giocando il mandato, lui la guarda con tenerezza: «Mi dispiace davvero molto, signorina. Per farla stare tranquilla io potrei firmare quello che vuole». Poi si gira verso il prefetto e conferma, con la esse sibilante: «Sì, io firmerei anche una cambiale in bianco per accontentare la signorina, ma non posso scontentare i colleghi. Voglio che lei vada via da qui contenta. Però faccia contento anche me. Non se la prenda, le norme non mi piacciono». «Se vuole, mi impegno a fare una norma che rassicuri di più sulla melatonina - propone la Bindi - Voglio che si rispetti il professore quando chiede che si tolgano le parti che lui ritiene odiose. Ma voglio anche che oggi si faccia un accordo tra gentiluomini. Qui c'è qualcuno che non ci vuole bene, che gioca a dividerci». Poi, quando il professore, la mano tra i capelli candidi, chiede a bassa voce: «Ma quell'articolo lo tira via, signorina?» lei si lascia andare in una risata liberatoria: «Lei non può sapere quanto è simpatico». E lui: «Lei non può sapere quanto è odioso quell'articolo...».
Intanto è arrivato da Bologna Giuseppe, il figlio medico. Apprende che il ministro è disponibile a emendarlo e non si lascia sfuggire l'occasione: «Il computer è acceso? vado su a scrivere la proposta di decreto da dare al ministro». A questo punto Rosy Bindi non ci vede più. Ribadisce che se in questa faccenda c'è un legislatore, «questo sono io!».
Il professore la guarda di sottecchi e poi: «Andiamo al primo piano, le faccio visitare i laboratori, anzi prima le faccio vedere un'altra cosa». Apre un grosso armadio dove sono ordinate le cartelle cliniche dei suoi pazienti. La Bindi: «Per mesi lei mi ha fatto credere di non avere le cartelle, eh!». Lui finge di non sentire: «Qui ci sono le altre e al piano di sopra ce ne sono altre ancora». Quando ministro, prefetto e questore vedono i laboratori, con i tecnici al lavoro, si rendono conto di avere davanti qualcosa di straordinario.
«E' lei che mi telefona per mandarmi i pazienti, vero?» chiede Di Bella al prefetto girandosi di scatto. «No, non sono io. Forse è il capo di Gabinetto qui presente» si difende Ruffo sorridendo. Di Bella: «Ah, è lei che mi manda i pazienti, non capisco perché si rivolgono alla prefettura. Comunque, uno di questi giorni vengo a rinnovare il passaporto».
Quando esce nel cortile per affrontare i giornalisti assieme alla Bindi, anche la stampa si accontenta delle battute. «Sono contento», dichiara il professore, che intanto pensa al tempo sottratto a pazienti e ricerca. E la Bindi vince in trasferta.

di Vincenzo Brancatisano

La Gazzetta di Modena 04/07/2003
http://www.gazzettadimodena.quotidianiespresso.it/gazzettamodena/arch_04/modena/cronaca/dc401.htm
   
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