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domenica 19 novembre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Rassegna stampa


Di Bella. E il dottor Speranza da l’addio ai suoi malati

La prima volta che andai a trovarlo nel suo studio fui quasi tentato dal darmi un pizzicotto per risvegliarmi. Mi pareva di esser precipitato in una sorta di antro della Sibilla. Un corridoio stretto e buio, che conduceva a una anticamera con due divanetti spelacchiati e dalle molle un po' rintronate. Attorno, cento soprammobili, di dubbio gusto, stile signorina Felicita, affastellati l'uno addosso all'altro in un organizzato disordine, che incorniciavano una scrivania di legno ingombra di volumi, testi di medicina, radiografie, lettere. E dietro quella scrivania, lui, il professar Luigi Di Bella, o meglio un batuffolo di capelli bianchi che spuntava fuori da quella trincea cartacea fatta di diagnosi e di terapie. Era una giornata bigia a Modena, con un cielo imbronciato che sembrava avvolgere in un'unica, sola preoccupazione, le mille preoccupazioni di tutta quella gente in coda per un consulto, per una speranza, dietro il cancellino di via Marianini, 45.

Il legittimo proprietario di quel batuffolo bianco di capelli stava diventando, con suo enorme fastidio, il medico più famoso d'Italia. Anzi, il Medico degli italiani. ingobbito dai sessant'anni spesi a guardare dentro il microscopio, l'aria trasognata di chi sembra non ascoltarti ma che invece ha già capito tutto, nel bene e nel male, prima che uno finisca la frase.
E gli occhietti. Quei suoi occhietti nascosti dietro le lenti, che partivano come due proiettili, dal basso verso l'alto, data anche la sua altezza non proprio da pivot, per andare a scrutare dentro gli occhi dell'interlocutore. Quell'uomo era già riuscito a conquistarmi alcune settimane prima. D'istinto. Quando, nel luglio del 1997, dopo averlo ascoltato per un'oretta, gli avevo stretto la mano a un convegno medico, in cui, trascinato per la giacca da un gruppo di suoi fedelissimi sostenitori, aveva presentato la sua rivoluzionaria terapia anticancro: somatostatina, bromocriptina, melatonina, soluzione ai retinoidi.
Una formula che verrà bollata e battezzata con spregio, nei mesi a venire, come il “cocktail” Di Bella. Ma che lui chiese alla Commissione oncologica nazionale, convocata dalla Bindi, di indicare come “Mdb”, nei protocolli di quella sperimentazione varata a furor di popolo nel marzo del '98. “Mdb”, come “Multiterapia Di Bella”.

Non ho mai capito per quale motivo fosse scattato quel mio innamoramento per il prof: se rappresentasse nell'inconscio il nonno, i nonni, che non ho mai conosciuto. O se mi avesse incantato quel suo modo semplice di spiegare alla gente le impennate delle cellule, i sobbalzi e le deviazioni della genetica, i disastri di un’alimentazione scorretta.
Forse era stata una sommatoria di questi motivi che mi aveva spinto a far diventare la sua battaglia la mia battaglia, e la battaglia del nostro giornale.
Questo testardo siciliano di Linguaglossa era già diventato nei primi mesi del 1998, dopo le sue prime ardimentose uscite, nel territorio governato dagli spocchiosi Depositari del Sapere, il Medico degli italiani per la semplice ragione che si comportava come il medico che tutti ci eravamo dimenticati: un tizio in camice bianco (anche se qualche volta non proprio bianco immacolato, visto che il prof spaccava la legna per il camino, curava l'orto e si preparava da mangiare) che parlava lo stesso linguaggio della gente. Ma che, a differenza della quasi totalità dei suoi colleghi, ascoltava e auscultava utilizzando l'orecchio in abbinata con lo stetoscopio, tastava il polso, ispezionava lingue, esaminava l'incavo degli occhi. In altre parole: visitava. Verbo che era stato da tempo archiviato negli ospedali, negli ambulatori e negli studi degli altri “medici”.
E, oltre a visitare, aveva un' altra virtù: “rispettava”, altro verbo dei bei tempi andati, il paziente che aveva di fronte. Un rivoluzionario: perché con il suo comportamento era riuscito a distinguersi in mezzo al piattume e all'arroganza generalizzata, e a incarnare la figura del medico a cui dare e da cui ricevere fiducia.

Luigi Di Bella odiava con tutte le sue forze la chemioterapia. La considerava in primo luogo una scorciatoia per l'Aldilà a causa dei suoi molteplici e devastanti effetti collaterali. In secondo luogo un enorme business imposto e gestito dalle multinazionali (“il cancro fa bene alle aziende farmaceutiche, molte delle quali hanno bilanci superiori a quelle di una nazione media”, esordì il 28 gennaio del 1998 a Bruxelles davanti agli europarlamentari). Ripeteva queste sue convinzioni nel chiuso del suo studio ai suoi pazienti.
Le andò spiattellando ai quattro venti ogni volta che ebbe occasione di poterlo fare. E questa sua candida schiettezza gli procurò solo un sacco di grane e di nemici.

Ultimo di tredici figli era cresciuto facendo tutto da solo, e in pressoché lo, e in pressoché totale eremitaggio, con l'aiuto soltanto di una devota assistente la cui scomparsa era stata la molla delle sue ricerche.
Nella donchisciottesca crociata per l'affermazione della sua naturale terapia anticancro, Luigi Di Bella trovò un solo sorprendente alleato: il pretore di Maglie, bassetto come lui e della sua stessa cocciutaggine, Carlo Madaro. Non si conoscevano Madaro e Di Bella si sfiorarono soltanto una volta, ma si dà il caso, che nell'area governata dal pretore, il Salento, si fossero registrate le prime sorprendenti guarigioni grazie alla terapia Di Bella. Una terapia che i prezzi proibitivi imposti alla somatostatina (oltre 500mila lire di allora per una fiala) avevano reso piuttosto impraticabile già sul nascere. Madaro cominciò anche lui, a suon di decreti, la sua crociata per obbligare gli ospedali a concedere la somatostatina a prezzo politico. E nei casi acclarati di necessità, gratuitamente. Sulla scia di Madaro, seguirono ben presto altri giudici, da Nord a Sud. Si pose prepotentemente la questione della libertà di cura.
Ma la battaglia del pretore e dei pretori non fece altro che rattristare ulteriormente il professar Di Bella.

Quando, nella primavera del '98, lo seguii in Argentina e in Brasile e poi in Canada e negli States, dove era stato invitato dalle comunità medico e scientifiche di quei Paesi per presentare la sua multiterapia, ricordo che Di Bella dichiarò amareggiato: «Lascerò presto Modena e il mio laboratorio e andrò a lavorare all'estero». Erano state, quelle che avevano preceduto quel suo tour nelle Americhe, forse le settimane più dure vissute dal ricercatore. Travolto da improvvisa e non richiesta popolarità, finito nei tiggì e sulle prime pagine dei giornali lo schivo, è un po' arruffato scienziato siciliano, era diventato il bersaglio preferito dell'ironia e delle ostilità dei suoi colleghi, compresi alcuni autorevoli esponenti del comitato di valutazione della «Mdb», insediato dal ministro Bindi. Eppure che la sua terapia in molti casi avesse funzionato le provavano decine e decine di testimonianze, fatte arrivare ai giornali, ai giudici, al ministero della Sanità, da pazienti tornati alla vita grazie alla somatostatina, a quello sciroppo ai retinoidi e agli altri due fondamentali componenti della terapia. Farmaci che, per Di Bella, avrebbero dovuto essere prodotti secondo i metodi da lui indicati e somministrati esattamente con il dosaggio e i tempi che lui aveva sperimentato in vent'anni di cure su almeno 20mila pazienti.

La commissione oncologica nazionale, e il ministro Bindi che, per recuperare disperatamente popolarità prese a telefonare a Di Bella un giorno sì e l'altro pure, cercarono di far di tutto per presentare la loro come una sperimentazione seria.
Ma i farmaci, confermò un rapporto dei Nas, in molti casi non c'entravano nulla con quelli della cura Di Bella. La scelta dei pazienti sui cui sperimentare la «Mdb», molti dei quali già vicini alla fine, suscitò un'ondata di polemiche. E da alcune cartelle cliniche dei pazienti; che non sopravvissero, emerse che i tempi e le dosi di somministrazione non erano stati quelli indicati dal professore. Particolari non trascurabili considerato che la sperimentazione venne archiviata dopo quattro mesi, nel luglio '98, a causa di risultati definiti “catastrofici”.

Il figlio del prof, Giuseppe Di Bella, anch'egli medico a Bologna, e il popolo dei dibelliani denunciarono quella sperimentazione, invocandone un'altra più estesa e scrupolosa. Il velo dell'oblio sul caso Di Bella venne calato e fatto calare in fretta.
Chi non firmò una petizione, chi non invocò giustizia fu ancora una volta lui. Che ha continuato a lavorare dall’alba al tramonto. A visitare senza far pagare nulla e a studiare fino a tarda notte. Ora che si era liberato delle pressioni dei giornalisti e da quell'infinità di «stupide domande» so che era tornato con soddisfazione a dedicarsi al lavoro e che il suo mondo cominciava e finiva ogni giorno in quella casa di Via Marianini a Modena.
«Vede - mi aveva detto qualche tempo fa – me ne infischio se nessuno del ministero o degli oncologi del solito giro si è fatto più sentire. Non mi importava prima di quelle persone, si figuri oggi. Dei malati sì, mi importa. Sono sempre stati loro il primo pensiero. Forse il giorno in cui riusciremo a vincere il cancro è più vicino. Ma dobbiamo lavorare e studiare tutti. Con coscienza e impegno. Io ho la netta sensazione di aver intrapreso la strada giusta. E le mie ricerche, i miei risultati, sono qui a disposizione di chiunque, a cominciare dai colleghi. A patto che prima di varcare questa porta lascino fuori l'unica cosa che non serve per capire: la supponenza».

Addio, professar Di Bella. Sono troppo ignorante per dire se lei sia stato davvero un genio incompreso. Ma sappia che le ho sempre voluto bene.

di Gabriele Villa

Il Giornale 02/07/2003
   
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