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venerdì 24 novembre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Una messa per ricordare Di Bella

Il professor Luigi Di Bella sarà ricordato domattina alle 11 nel terzo anniversario della scomparsa. La funzione religiosa sarà officiata da don Ivo Cassiani nella chiesa della Madonna Pellegrina in via Don Minzoni. Saranno presenti i figli dello scienziato, i rappresentanti delle associazioni dei pazienti, i medici e gli amici. Intanto si moltiplicano le testimonianze di chi in tutta Italia afferma di avere tratto beneficio dalla cura anticancro a base di somatostatina, melatonina e retinoidi e non riconosciuta dalla comunità scientifica. L’ultima notizia arriva dal Cadore ed è stata raccontata dal Gazzettino Veneto.

È forse la paziente lungosopravvivente di più vecchia data del prof Luigi Di Bella. Ines Condorelli, 80 anni, di Catania, ha un pensiero per l’anziano fisiologo nel terzo anniversario della sua morte, avvenuta il 1 luglio 2003. Dice: “Lo ricordo tutti i giorni”. E racconta che Di Bella le salvò la vita due volte. La prima volta dalla leucemia. La seconda volta scampò, grazie a un suo consiglio, alla strage di Bologna. Arrivata in stazione il 2 agosto 1980, Di Bella le consigliò di non attendere il treno per Modena ma di andare subito a Cianciano per sottoporsi ad alcune cure per il fegato. Poi scoppiò l’inferno.
Nel 1974, colpita dalla leucemia linfatica a 48 anni, i medici siciliani avevano pronosticato per lei alcuni mesi di vita. “Avevo astenia, macchie sulla pelle, sono stata ricoverata in clinica dove mi è stata diagnosticata la malattia”. Fu allora che seppe di Di Bella, allora professore di Fisiologia all’Università di Modena. “Nel 1975, i miei figli, laureandi in medicina, sono venuti a Modena a trovare lui, che mi ha cambiato la cura facendomi sospendere un farmaco, poi ritirato dal commercio. Mi ha prescritto la melatonina, allora liofilizzata, che mi mandava a casa sempre gratis assieme ad altri farmaci”. Poi lei si recò da lui. “Mi ero già ripresa - racconta - l’astenia era passata, mi erano sparite anche le macchie sulla pelle. Prima sembravo frustata, avevo righe nere sulla schiena e sulle braccia e tante bolle che mi spuntavano durante la digestione. A Modena non ho conosciuto solo un grande medico ma una grande persona. Ogni volta che venivo con i miei figli, ci invitava a pranzo e a cena e pagava sempre lui. Veniva in macchina a prenderci e, quando non poteva, mandava la sua collaboratrice, la professoressa Maria Teresa Rossi”.
Ines sottolinea la sua umanità, le visite lunghissime e sempre gratuite. “I medici si muovono con auto lunghe sei metri - commenta la donna - noi invece andavamo in macchina e lui ci seguiva da dietro con la bicicletta. Ascoltava molto e le poche cose che spiegava erano chiarissime, alla portata di tutti”. Un giorno ha fatto per pagare la visita. “Ma lui ha risposto con un gesto della mano e ha detto:’io non ho mai preso una lira da chi soffre, vivo con lo stipendio dell’università’. Poi mi ha fatto vedere l’abito di quando si era sposato, un vestito semplice, modesto, che ancora usava. Non mi ha mai chiesto nulla se non le copie dei documenti della cartella clinica, per motivi di studio”.
Dal miglioramento allo stupore di tutti. “Le mie amiche avevano mariti medici - prosegue - e io avevo attorno sei medici, amici di famiglia, con cui trascorrevo le domeniche. Si erano messi le mani nei capelli per le mie condizioni, i più generosi mi dicevano che potevo campare giusto per sistemare le mie cose. Ma loro oggi non ci sono più, alcuni morti di tumore, come il mio medico di famiglia. Della mia testimonianza non ha fatto tesoro nessuno di loro anche se ho raccontato loro la mia storia. Dicevano che ero stata miracolata ma non hanno mai approfondito la cura, magari perché non erano competenti in oncologia”.
Quando è scoppiato il caso “ho pianto per chi mi ha ridato la vita. Non so come mai sia stato così combattuto, ma so bene che l’interesse va di pari passo con la cattiveria”.
Della testimonianza di Ines, come quella di tanti altri pazienti sottoposti alla cura Di Bella, tranne rare eccezioni, non si trova traccia però in pubblicazioni scientifiche capaci di indurre un dibattito nella comunità medica internazionale.

Vincenzo Brancatisano

La Gazzetta di Modena 30/06/2006
   
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