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domenica 19 novembre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Rassegna stampa


Di Bella. A tre anni dalla morte il figlio Adolfo lo ricorda.

Tre anni. Un lancinante stupore segue questo computo elementare. Tale era la sua potenza di vita, l’inestinguibile anelito verso la conoscenza, l’arricchimento interiore, il bene, che si stampa sul viso un’espressione quasi ironica di scetticismo, come se qualcuno ci volesse ingannare con una burla di cattivo gusto; quasi si trattasse di un capitolo di quella fantasmagoria di meschinità, menzogne e calunnie che hanno accompagnato la sua esistenza. Beninteso, senza mutare di un grado la rotta del suo percorso terreno.
Una volta varcato il cancelletto del laboratorio di via Marianini sembra placarsi quella tormentosa sensazione di assenza che ci ha pervasi fino ad un istante prima. Lui è qui. È qui il suo amore, la sua scienza, il suo sacrificio. A sinistra la menta, il cui aroma aspirava intenerito quando il misterioso rito della natura la faceva riapparire con la primavera; a destra, in fondo, il roseto che volle vegliasse sul riposo di Lucci, l’inseparabile gattina siamese che seguiva ogni suo passo. Poi l’albero di fichi che costeggia il fianco nord del laboratorio e che d’estate lo vedeva in cima alla scala a coglierne i frutti. Ricordo di tempi lontani, quando bambino, in Sicilia, cercava di placare la fame nella campagna assolata di Linguaglossa, tra il nereggiare della pietra lavica. Poi l’orto, che fissava incantato dalla frescura del mattino, la carriola che tanto lo aiutò a trasportare quintali di cemento nel lontano 1950, quando, da solo, progettò e in buona parte costruì quella casetta ad un piano che allora era il laboratorio.
All’interno tutto immutato. E seduti nello studio, di fronte ai suoi ritratti, fra le migliaia di libri che rivestono le pareti, è facile farsi raggiungere dalle immagini di tempi lontani. Mi ritrovo nella Modena dei primi anni cinquanta, all’Istituto di Fisiologia in piazza S. Eufemia, dove seguiva me e mio fratello Giuseppe negli studi scolastici.
Ma le poltroncine di velluto amaranto dello studio evocano l’angoscia, la paura, la speranza di migliaia di creature che qui hanno cercato salvezza e conforto: come invisibili ragnatele, emozioni e pensieri sembrano essersi infiltrati nei mobili e negli oggetti della stanza. Quanti occhi febbricitanti di malattia e di terrore sembrano guardarci ancora! Alcuni sono tornati a rivedere il luogo dove hanno pianto, sperato, disperato, trovato infine un futuro che sembrava ormai negato. Scorrono veloci anche le contumelie più recenti, gli inganni sapientemente orditi, le ultime offese. Per giungere ai giorni tristi della malattia, quando non veniva più ad aprirmi il cancello, ma mi attendeva sulla poltrona. Lì abbiamo insieme ricordato anni lontani; lì assistito alla crudeltà della sofferenza. Una sera ci intrattenne sulle ultime ricerche condotte. Sembrava parlasse di giardini meravigliosi che si schiudessero alla sua vista. Questa “energia” è la presenza che avverto. La avvertii quel primo di luglio, quando il suo respiro lieve, come quello di un passerotto morente, si arrestò e quel piccolo grande uomo dai capelli di seta candida si fuse nell’azzurro del cielo. Ma non si è dissolto. La sua “energia” è qui accanto a noi, è nelle “energie” di vite che grazie a lui continuano, di vite che grazie a lui continueranno. È qui accanto a noi, tra la sua menta e le rose, perché non c’è scienza senza amore e l’amore, quello, è l’unica energia che non si esaurirà mai.

il Resto del Carlino 30/06/2006
   
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