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domenica 19 novembre 2017
 
Il Prof. Luigi Di Bella
 
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Rassegna stampa

Il professore di Modena
«Ignorare la mia terapia porta solo sofferenza e morte»

MODENA — Il giorno della rivincita: è così? Luigi Di Bella, il vecchio medico della terapia anticancro, anche la domenica mattina è nel suo studio. Sono tanti i malati che gli chiedono la salvezza, qualcuno arriva dall’estero. Il professore continua a visitare, prosegue con tenacia la ricerca scientifica. Ancor più adesso che la Regione Lazio ha deciso di «riprovare» la sua cura.

Professore, è la sua vittoria?

«Lasciamo stare, la questione è un’altra: o si desidera davvero la salute e la vita, oppure si resta indifferenti. O si accetta questo principio o lo si respinge. Il problema vero è tutto qui».

Ora le cose possono davvero cambiare?

«Trascurare la mia terapia comporta la sofferenza e la morte, lo ripeto da anni».

Quando la scienza ufficiale le disse no, provò molta amarezza?

«Sì, ma è inutile parlarne»

È stata Rosy Bindi la sua grande nemica?

«Non mi esprimo. Ci sono stati tanti problemi, tante incomprensioni, ma non voglio dire nient’altro».

Ai collaboratori Di Bella ha confidato spesso il suo tormento davanti alla bocciatura della terapia, per lui di «assoluta razionalità». Ancora adesso lo scetticismo prevale sull’ottimismo circa un definitivo imprimatur. E cresce l’insofferenza verso chi guarda la sua vicenda con gli occhi della politica: la destra (come Francesco Storace) alleata, la sinistra contro. Cose che non gli piacciono. «Non è mai stato iscritto a nessun partito», testimonia suo figlio Giuseppe, coordinatore nazionale dei Comitati per la libertà di cura.

Il professore modenese ha 90 anni, con una salute che fa i capricci. Eppure dedica gran parte del suo tempo ai pazienti. Comincia a visitare per appuntamento la mattina alle 8 e va avanti fino all’ora di pranzo. Il pomeriggio è riservato agli studi, la sperimentazione e i contatti scientifici. Mette ogni residua energia nell’attività e non vuole perdere in polemiche momenti preziosi. Riceve ammalati da tutt’Italia, dalla Svizzera, dalla Germania. Ma davanti all’ambulatorio non ci sono più le code e i bivacchi della speranza, con disperati tentativi di bucare la lista d’attesa. È l’effetto sfiducia in chi lotta contro il tumore dopo i passati entusiasmi? I suoi sostenitori affermano esattamente il contrario: la multiterapia ormai è un protocollo applicato da numerosi medici italiani, per cui non è più indispensabile il viaggio a Modena. Bocciato dalla Bindi e dall’oncologia tradizionale, l’approccio terapeutico si è ramificato in varie regioni. Lo sostiene Giuseppe Di Bella, sempre più impegnato a fianco del padre e che tra un mese pubblicherà un nuovo libro: «La prevenzione dei tumori».

La decisione del Lazio apre una fase nuova?

«Il tempo del folclore e delle manifestazioni è passato. L’iniziativa di Storace non è improvvisa e casuale, ma un passo avanti consentito dalle conclusioni del convegno scientifico tenuto a Roma nel febbraio scorso. Favorito dal lavoro dei nostri comitati e dalla costituzione della Società italiana per la terapia biologica dei tumori».

Come volete i nuovi test?

«Con la sperimentazione osservazionale, confrontando i risultati di un anno di cura con la chemioterapia e con la multiterapia. Trattato con la chemio il tumore del pancreas ha il 4% di sopravvivenza dopo 6 mesi, mentre noi arriviamo al 35-40% dopo due anni. E poi bisogna ascoltare le testimonianze dei pazienti». È tutta vostra la responsabilità di tanto ottimismo.

Ma perché avete contro la medicina ufficiale?

«È difficile accettare che qualcuno, lavorando da solo, arrivi a risultati concreti e senza bisogno di vendere azalee o arance in piazza. Intanto più di mille sentenze hanno già condannato le Asl a erogare la terapia, basandosi sulle perizie degli oncologi».

Vittorio Monti

Il Corriere della Sera 12/11/2001
http://www.corriere.it
   
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