Rassegna stampa

< C L I C C A  P E R  S T A M P A R E  >

Bruno Vespa devolverà in opere umanitarie i diritti del libro in cui giunge al cuore della speranza che Luigi Di Bella ha aperto a tutti noi.
Sul treno per Modena

La mattina di giovedì 5 marzo 1998 ero appena salito sul treno che da Roma mi avrebbe portato a Modena. Sfogliando il «Corriere della Sera», restai inchiodato a un titolo di pagina 6: «Staudacher: metodo Di Bella da provare, la chemio funziona su pochi tumori». Vittorio Staudacher, ottantacinque anni (uno meno di Di Bella), è un santone della medicina italiana. Chirurgo insigne, è stato tra gli amministratori dell’Istituto Farmacologico «Mario Negri» ed è membro del comitato etico dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano. La sua voce, dunque, veniva da due delle trincee in cui si annidano i nemici più irriducibili del vecchio professore modenese. Intervistato da Antonella Cremonese, Staudacher diceva sostanzialmente tre cose: la chemioterapia funziona soltanto nei tumori di origine ematica, come le leucemie e i linfomi; è un «enorme errore» ammettere alla sperimentazione del metodo Di Bella soltanto gli ammalati resistenti alla chemio; il metodo avrebbe procurato benessere a un venti-trenta per cento dei pazienti, migliorandone la vita, pur senza prolungarla. Nei lunghi colloqui che avremmo avuto di lì a poco, Luigi Di Bella avrebbe liquidato come deviante e insufficiente anche la valutazione di Staudacher. Ma quell’intervista ebbe comunque su di me l’effetto di un cardiotonico. Per la prima volta, un luminare della medicina non trattava Di Bella come il mago di Tobruk. Per la prima volta, un chirurgo eminente si spingeva a riconoscere una qualche dignità scientifica alle ricerche di quel vecchio professore con l’aria mite e i capelli candidi. Per quel che mi riguardava, per la prima volta qualcuno «dell’altra parte» mi diceva, indirettamente, che scrivere un libro con Di Bella e su Di Bella non era un’operazione spregiudicata e deviante. (Alcuni giorni dopo, avrei ricevuto ulteriore conforto da una conversazione con Umberto Veronesi. Il più noto e autorevole oncologo italiano, spiegandomi le ragioni per cui riteneva giusto che la Multiterapia Di Bella (MDB) fosse messa alla prova, aveva usato grande rispetto, oltre che naturale cautela, per gli studi di «questo nostro collega professore».) Quando ero entrato in questa storia, sapevo di compiere un passo senza ritorno. Da una dozzina d’anni presiedo una piccola fondazione umanitaria, il «Comitato Gigi Ghirotti», intitolato a un grande giornalista della «Stampa» morto nel ’74 per un linfogranuloma maligno, il morbo di Hodgkin. Pur potendo permettersi le migliori cliniche, Ghirotti aveva scelto la corsia per condividere la sorte dei suoi connazionali. Ne erano uscite corrispondenze umanissime e sconvolgenti dal «lungo tunnel nella malattia», e questo aveva indotto i suoi amici a dedicare all’assistenza degli ammalati indigenti la fondazione creata in suo nome. Da alcuni anni ci occupiamo di assistenza domiciliare ai malati terminali di cancro. Quelli troppe volte dimenticati o trascurati dalla sanità pubblica e affidati alla precaria solidarietà del volontariato. Questo mi ha consentito di conoscere tanti luminari dell’oncologia, di apprezzarne la dedizione alla causa e i risultati della ricerca. Un esempio per tutti: oggi non si muore più per il morbo di Hodgkin che fu fatale a Ghirotti. Naturalmente, come in tutti i lavori, anche nell’oncologia ci sono gli eroi e gli squali. Uomini che vivono in corsia, condividendo fino al momento estremo il dramma dei loro pazienti. E uomini che pensano prevalentemente a rafforzare la propria lobby. Una sera vidi in pericolo il cospicuo assegno di una donazione perché quasi istintivamente due illustri signori lo tiravano ciascuno dalla propria parte. (Fu poi diviso equamente.) Pensai che tutte queste persone avrebbero visto nella mia firma accanto a quella di Luigi Di Bella un autentico tradimento. Non so se sarebbero arrivati a chiedere le mie dimissioni dal «Ghirotti», ma certo non avrei avuto una considerazione migliore di quella che la corte inglese ebbe per Edoardo VIII quando decise di sposare la signora Simpson. Amici medici non oncologi ai quali avevo confidato questo progetto erano costernati. «Ma come puoi mettere in gioco la tua credibilità in una storia che non ha la minima attendibilità scientifica?» Altre persone mi avrebbero chiesto gelidamente: «Ah, anche lei ha sposato la causa?». Dinanzi a queste osservazioni restavo a mia volta sconcertato. Tutti i sondaggi erano concordi nel rilevare che una percentuale variabile tra l’ottantacinque e il novantacinque per cento degli italiani, se si fosse ammalata di tumore, avrebbe voluto curarsi col metodo Di Bella. E anche nella cosiddetta medicina ufficiale il numero dei diffidenti non superava i due terzi. Per un giornalista questa constatazione era da sola sufficiente a dedicare alla conoscenza di Luigi Di Bella non un libro, ma un’enciclopedia. Tuttavia per me c’era di più. Mi aveva profondamente turbato (e allarmato) l’ostracismo ostinato al quale era stato condannato per trent’anni un medico i cui nemici potranno dire tutto, tranne che non sia un galantuomo personalmente disinteressato, che ha dedicato alla ricerca scientifica tutta la sua vita. Mi offendeva, da cittadino, il rifiuto di tanti scienziati di approfondire gomito a gomito con Di Bella le sue ricerche, magari per smentirle. Di incontrare le persone che il professore aveva curato e guarito. Persone che hanno un nome, un indirizzo, una storia da raccontare, medici e ospedali da citare, radiografie da mostrare. La ragione prevalente che veniva addotta per giustificare questo rifiuto è che il professore proponeva una «aneddotica» senza dignità di «casistica» e che non aveva seguito il percorso scientifico richiesto dalle convenzioni internazionali. Nelle pagine che seguono, il lettore constaterà in quali condizioni ha dovuto lavorare Di Bella fin dall’inizio delle sue ricerche. Mi stupiva, comunque, che, anche dinanzi a un fenomeno che rischiava di scappare di mano a ogni controllo (come è poi puntualmente avvenuto), la «medicina ufficiale» non si decidesse a uscire dalla torre d’avorio costruita sì dai grandi progressi scientifici, ma anche da secoli di incomprensione nei confronti di tutti noi, poveri pazienti ignoranti che vogliamo capire fino in fondo anche quello che il medico non ritiene né utile né dignitoso spiegarci. Mi stupiva, insomma, che nessuno volesse sporcarsi le mani con una prassi anomala, ma ormai esplosiva. Mi turbava, da giornalista, che soltanto la pressione della piazza, delle associazioni dei malati, dei giornali e della televisione fosse riuscita là dove forse sarebbe bastato un silenzioso buonsenso, senza coinvolgere l’intero Paese in una speranza comunque difficile da gestire. Perché non spiegare a tutte le persone interessate com’era nata la storia, chi era davvero il suo protagonista, qual era stato il percorso della sua intuizione, come rispondeva alle tante obiezioni degli scienziati e alle tante domande di chi ha un cancro e non sa smettere di sperare? Perché – pur senza arrivare all’illuminante paradosso arcitaliano della chemioterapia di sinistra e della somatostatina di destra – si doveva giocare con la vita e la speranza di milioni di persone come fossero le squadre di un derby? Per questo la pur controversa intervista di Staudacher, quel mattino di marzo, mi fece sentire meno solo. E la tenni nella borsa, mentre suonavo all’anonima palazzina grigia di via Marianini, alla periferia di Modena, abbassando lo sguardo per il disagio quando una piccola folla in inutile attesa mi chiese di intercedere per essere ricevuta dal professore. (Nonostante un vistoso cartello da mesi ormai escludesse nuovi appuntamenti e il professore non potesse fare eccezioni, per evitare che la fila – dalla vicina via Emilia – raggiungesse Bologna.) Quello che segue è il resoconto di molte ore di colloquio con Luigi Di Bella, arricchite dalla testimonianza di alcuni pazienti che il professore considera protagonisti di casi clinici assai significativi. Non sta a un cronista stabilire dove finisca la scienza e dove comincino emozioni e speranze irrazionali. Ma, quando un paio di giorni dopo ho ripreso il treno per tornare a Roma, di due cose ero certo. Quel medico assomigliava molto al dottore che avrei voluto essere da bambino e al tipo di medico che ciascuno di noi vorrebbe avere sempre vicino. E qualunque fosse il giudizio sulle sue ricerche, quel medico meritava molto rispetto, molta attenzione e un grande affetto. Bruno Vespa Modena-Roma, aprile 1998

Bruno Vespa

10/04/1998
http://www.mondadori.com/libri/cover/dibella/v01.htm  
   
indirizzo di questo documento: http://www.atsat.it/articolo.asp?id_articolo=114
   
<<:: Torna alla versione per schermo

AVVERTENZA: L'associazione A.T.S.A.T. non assume alcuna responsabilità nel caso di eventuali errori contenuti negli articoli o di inesattezze in cui fosse incorso nella loro riproduzione sul sito. Tutte le pubblicazioni su ATSAT.it avvengono senza eventuali protezioni di brevetti d'invenzione; inoltre, i nomi coperti da eventuale marchio registrato vengono utilizzati senza tenerne conto.