Rassegna scientifica

< C L I C C A  P E R  S T A M P A R E  >


Chemioterapia: terapia convenzionale perdente

E' difficile elencare anche per sommi capi gli enormi e vari progressi della diagnostica e terapeutica della medicina in genere, nelle neoplasie in particolare. Correntemente vale il sinonimo di tumore e malattia incurabile, con tutte le eccezioni dell'intimo e lontano significato di questi termini spesso inesatti nella comune accezione di significato. La disparità di vedute comprende tutti gli aspetti di questa branca della medicina, soprattutto se questo riguarda il pullulare frequente di metodi o pseudo metodi con l'etichetta di nuovi orientamenti, esiti miracolosi, dichiarazioni tanto miracolistiche, quanto a volte grossolanamente ingenue. Se il grado di evoluzione mentale e progresso culturale dovesse misurarsi da questo aspetto, bisognerebbe allora giungere a conclusioni sconsolatamente negative. Spesso infatti la diagnosi di tumore maligno allude all'inevitabile conclusione di morte, prossima o lontana, costellata di metodi numerosi, qualificati tutta- via per la loro più o meno percepita inutilità di guarigione. La letteratura ha raggiunto ormai valori apparentemente insuperabili per vastità, ma non per efficacia di trattamento, per cui il problema tipico è sempre vivo e assillante. Dopo le prime esperienze casuali, comparse con la fine dell'ultimo conflitto, ha preso il sopravvento numerico e culturale la chemioterapia. I farmaci proposti hanno raggiunto livelli numerici inaspettati, in netto contrasto con la efficacia terapeutica. La farmaco dinamica della chemioterapia investe tutti gli organi e relative funzioni e ha raggiunto protocolli stereotipati quasi immutabili, obbligatori, convenzionali più che efficaci. E' quasi un obbligo clinico-terapeutico, sociale professionale, trattare con tutti i carismi convenzionali, i tumori maligni senza rilevanti spunti critici. L'odierna chemioterapia appare più come misura convenzionale obbligatoria, poco conta se sfocia nella morte, pur che sia conservata la metodica convenzionale più o meno elegantemente seguita o falsata, non decisamente lontana dai criteri basali di ogni chemioterapia. La migrazione di folte schiere di pazienti verso nazioni non vessillifere per progresso scientifico, ha per sottofondo questa impostazione sociale. Nel divenire della multiforme metodica raramente incidono criteri rigorosamente scientifici, dominando largamente l'impostazione statistica più o meno elegantemente. La qualifica di chemioterapia allude alla possibilità di sintetizzare quei prodotti che hanno manifestato avverse ma positive qualità terapeutiche, possibilmente senza alcun inconveniente. Anche per gli arsenobenzoli (606) e neoarsenobenzoli (914) si credette di vincere la sifilide, pur avendo dato un bassissimo tasso di mortalità e la scomparsa della reazione di Wasserman. Purtroppo la ben più complessa tecnica chemioterapica non vince i tumori maligni, non solo, ma a volte, non raramente, provoca danni pericolosi o sofferenze gravi al punto da essere decisamente rifiutati dai pazienti. I criteri di attualità si fondano generalmente sulle variazioni di volume, che purtroppo sono momentanee, di breve durata, ovvero di gran lunga superati dai danni concomitanti. Non potrebbe spiegarsi altrimenti l'elevata percentuale di cittadini statunitensi che affrontano le terapie più strane presso le piccole repubbliche caraibiche e alla comparsa di sinttomi di intossicazione dopo la chemioterapia. L'indicazione principale sta soprattutto nella mancanza di mezzi alternativi, atti a svolgere anche una modesta frazione, degli aspetti apparentemente benefici (conseguenti alla chemioterapia. Eppure un mezzo (idealmente efficace potrebbe consistere nel rinforzare quei mezzi di difesa che la natura casualmente appone agli agenti dannosi di natura cancerogena. Sotto questo aspetto un indirizzo preferenzialmente seguito, sarebbe non quello di uccidere le cellule neoplastiche quanto quello di rinforzare fino ad annullare l'azione dannosa delle sostanze cancerogene. Quando la Bayer sostituì il 606 con il 904 arsenobenzolo e mandò i campioni in quasi tutte le cliniche dermosifilopatiche del mondo, la convinzione unanime fu che la sifilide fosse vinta tanto più che la (mortalità era estremamente bassa dell'ordine di qualche paziente su mille. Doveva trascorrere tempo per capire l'evoluzione della malattia, i rapporti con con le malattie nervose e mentali (paralisi progressiva, tabe dorsale), prima di correggere l'indirizzo intrapreso. Un valido aiuto sembrò provenire dagli effetti dell'Atoxil arsenicale, tipico per un efficace rimedio contro più di una affezione. La scelta per l'impiego di una terapia chimica nella cura di una grave affezione come il tumore dipende fra l'altro da un comparaggio fra i disastri prodotti dall'una e dall'altra. Le qualifiche della chemioterapia riflettono l'azione ritenuta meno tossica e più efficace, ma non certo quella di guarigione alla quale generalmente ci si sottopone. L'errore e l'insufficienza della terapia chimica, derivano essenzialmente, oltre che, dalla genesi del danno eziologico, anche dall'assenza dell'esatto meccanismo d'azione e dalla disponibilità di un mezzo sicuramente efficace. Parte della incredulità tuttora vigente contro una efficace terapia da affezioni maligne, dipende proprio dall'effettiva ignoranza del meccanismo d'azione che risulta multiplo complesso. Ma anche essenzialmente diverso da tutti quelli adoperati fino ad ora. Vedere ridursi o scomparire gli effetti primari e metastatici di un melanoma, già gravemente canalizzato sembra impossibile e quindi inverosimile, così come la detersione di un carcinoma della lingua o del labbro, di un polmone o del fegato, di un carcinoma del pancreas o di un carcinoma dell'ovaio. L'aspirazione verso questi traguardi ritenuti impossibili si riflette nel rifiuto a volte sistematico contro le terapie normali in corso, malgrado gli effetti tante volte dimostrati, lasciano ancora gravi ombre di incredulità. L'efficacia della terapia antiblastica non dipende da un farmaco, ma da un complesso protocollo, un componente del quale dovrebbe incombere sulla crescita o riproduzione della cellula neoplastica, che può ma non deve necessariamente confinare con la morte, ma che deve limitarsi ad una soppressione dell'attività di crescita. Si tratta di un effetto vitale ma non immediatamente mortale tanto più se corroborato da adeguate reazioni tessutali, circolatorie, topochimiche, ma non tossiche. Secondo questi principi, ben lontani dagli ideali terapeutici di un tempo, il processo antiblastico fondamentale, sarebbe l'abolizione della crescita delle cellule o dei fattori di crescita delle cellule cancerogene, azione più o meno potentemente coadiuvata dai diversi fattori sopra detti. Molte obiezioni si possono sollevare contro questo obiettivo, per quanto a tutto sembra poter rispondere con adeguata misura del protocollo stesso, per cui il protocollo deve mirare all'obiettivo dell'abolizione della crescita o della produzione di sostanze cancerogene, coadiuvato diversamente caso per caso da altri fattori generalmente inefficaci da soli. E' inutile dire il ruolo giocato dalle dosi del mezzo vettoriale, dalle vie di iniezione, dalla consecuzione dei dosaggi, dalle condizioni del circolo sanguineo e linfatico locale, dalla dignità ed entità dell'organo colpito, dall'opportunità di interferenze con altri metaboliti. In altre parole la terapia dei tumori maligni sembra essere un campo pertinente alla cultura e ai mezzi posseduti oggi dalla scienza, in buona parte ripetente si (protocollo), talvolta esigenti mezzi particolari, a tempi supplementari, a interventi ancora diversi (temperatura, energie radianti). La terapia dei tumori maligni investe essenzialmente la crescita, i fattori che la condizionano in senso più o meno negativo, le condizioni fisiche, locali e generali, la dignità e l'estensione fisiologica del tessuto colpito. In altre parole la terapia razionale è possibile con l'applicazione di un crescendo di metodi che esigono profonda cultura biochimica, fisiologica, fisica, chimica, anatomo-biologica, tutte influenzate dagli intervalli di tempo, dai dosaggi, ecc. Il tumore maligno si deve considerare una malattia già vinta, avulsa apparentemente dai metodi usuali, per ignoranze basilari, che investono i comuni campi di tutta la biologia, quasi tutti ormai noti e sfruttabili.

Prof. Luigi Di Bella

Per Vivere 21/03/2002
http://www.alternativepervivere.com  
   
indirizzo di questo documento: http://www.atsat.it/articolo.asp?id_articolo=120
   
<<:: Torna alla versione per schermo

AVVERTENZA: L'associazione A.T.S.A.T. non assume alcuna responsabilità nel caso di eventuali errori contenuti negli articoli o di inesattezze in cui fosse incorso nella loro riproduzione sul sito. Tutte le pubblicazioni su ATSAT.it avvengono senza eventuali protezioni di brevetti d'invenzione; inoltre, i nomi coperti da eventuale marchio registrato vengono utilizzati senza tenerne conto.