Rassegna stampa

< C L I C C A  P E R  S T A M P A R E  >

Le cartelle cliniche di 20 mesi fa indicavano un avanzatissimo cancro al seno, con metastasi. Un medico di Camaiore chiede si torni a confrontarsi con i risultati della terapia.
«Io, guarita dalla cura Di Bella»

La signora M. ha quarant'anni ed è una bella donna. Ed è strano, perché 20 mesi fa - lo dimostrano le lastre e gli esami - aveva un avanzatissimo cancro al seno, con metastasi al fegato, ai polmoni e perfino alle ossa, e il marcatore tumorale a quota 996, come dire alle stelle. In quelle condizioni la signora si era ridotta perché per mesi, scopertasi malata, aveva rifiutato la chemioterapia. Suo padre era appena morto di cancro, e lei era decisa a non accettare la via crucis della perdita dei capelli, del vomito, delle sofferenze che gli aveva visto attraversare. Fatto sta che nell'agosto del 2001 M. decise di sottoporsi alla cura Di Bella; e in quattro mesi il marcatore tumorale precipitò ai livelli fisiologici, la massa tumorale si ridusse, e lei, costretta a letto, è ritornata nella sua palestra. Ora segue una terapia ridotta, e il marker tumorale è sotto controllo, basso in un angolo nel grafico del labo ratorio. Il dottor Vittorio Zocchi, medico curante di M., la guarda con evidente orgoglio. M. non è la sola, ma forse è il più clamoroso dei casi che il dottore presenta a Camaiore, perché, dice, «ormai sono in molti i medici italiani che hanno capito che la terapia Di Bella non è da buttare, nonostante i risultati della sperimentazione». Zocchi è medico generico a Pontedera, e da sei anni pratica la cura Di Bella. Ha visto la terapia sotto la luce dei riflettori, alle stelle e poi nella polvere dopo i risultati della sperimentazione. Risultati stroncanti: sui 386 pazienti, l'86 per cento aveva interrotto il trattamento per aggravamento del male o morte. Da allora, tv e media di Di Bella non hanno più parlato. E quanto al vecchio professore, ha compiuto 90 anni e continua a curare gli altri e sé stesso, giacché da sei anni convive con un osteosarcoma. E i malati? Chi non riceve speranze dalla medicina «ufficiale» continua a rivolgersi alla terapia Di Bella. «Spesso - dice Zocchi - arrivano in uno stadio talmente avanzato, che non c'è più niente da fare. Tuttavia io tento ugualmente: perché in alcuni, certo non in tutti, ho visto riprese insperate». E la serie di casi di gente che, se non guarita, è tornata a vivere una vita decente, spinge questo medico a parlare. Quasi, lui dice, per dovere di coscienza: «Se io, medico, riconosco che almeno in alcune condizioni questo trattamento giova, come posso negarlo a un malato?» E il dottore mostra un fascicolo agguerrito di Tac e esami del sangue. Prima e dopo la cura, negli stessi ospedali. Le masse minacciose sono ridimensionate dopo sei mesi di somatostatina, e il marker tumorale dai picchi più alti precipita a livelli controllati. In alcuni pazienti, a volte già robustamente trattati con la chemiote rapia. In alcuni tipi di tumore. Ma, allora, se qualcosa funziona nella terapia, perché da due anni questo silenzio di piombo sui media, quasi che Di Bella fosse uno stregone da dimenticare? Allarga le braccia il medico toscano. I capelli bianchi, il cellulare sempre acceso che continua a squillare - i suoi malati - non sembra uno che cerchi facili clamori. E però, con fermezza, elenca i risultati, e chiede che se ne possa parlare, uscendo da quella sorta di carboneria clandestina in cui la terapia Di Bella è finita. «Già molti medici cominciano a avere il sentore che quella strada non fosse da buttare. In tanti telefonano a me o ai colleghi che conoscono la terapia, per informarsi, o per mandare pazienti». Un tam tam silenzioso, fuori dai riflettori. Per qualcuno, Di Bella è l'ultima tappa prima di padre Pio: qualcosa al confine tra medicina e speranza ultraterrena. E invece no, dice Zocchi: «La somatostatina e le altre sostanze della terapia sono usate abitualmente in oncologia. Soltanto, Di Bella le prescrive in modo non standardizzato, calibrandole per ogni paziente, dopo visite di due o tre ore». Insomma, il vecchio professore modenese ascolta, ausculta, si fa raccontare e poi a ciascuno dosa la sua medicina. E questo non ci sta, nei protocolli degli ospedali, non ci entra questa «strana» medicina mirata su quel singolo paziente. Così che i dati della sperimentazione hanno affondato la terapia. Non del tutto, se lo stesso British Medical Journal ha scritto che è stata una sperimentazione fatta male. Ma comunque: Di Bella e i suoi sciroppi, tabù sui giornali, ma vivi invece nelle speranze dei malati. Solo illusione? Eppure questa signora M. di Pisa è qui, viva e bella, con quelle cartelle cliniche con cui dovrebbe essere all'aldilà da un pezzo. Un interrogativo, con cui il suo medi co domanda che la medicina si confronti.

Marina Corradi

Avvenire 22/09/2002
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