Rassegna stampa

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Paolo Cattorini, del Comitato di bioetica: attenti ad ascoltare i malati
"Quei medici troppo tecnici che sembrano meccanici..."

MILANO - "Per l'uomo ammalato la malattia non è semplicemente il guasto di un ingranaggio. E' innanzitutto una questione di senso. Il corpo diventa improvvisamente estraneo. Si scatenano profonde emozioni di paura, di angoscia, di solitudine, di morte. E il medico non può essere solo il meccanico della parte ammalata. No. Io penso che la medicina debba stare dalla parte di chi sta male. E che sia necessaria una medicina della cura piuttosto che della guarigione. Paolo Cattorini, professore associato di Bioetica alla facoltà di Medicina di Varese, membro del Comitato nazionale per la bioetica e del Comitato d' etica dell'ospedale San Raffaele di Milano, riflette sul tema delle speranze tradite dalla terapia Di Bella e su quale sia la strada che debba percorrere la medicina ufficiale per rispondere alle attese dei malati. I pazienti ammalati di tumore e i loro familiari sono estremamente fragili, spesso disposti a credere a chiunque prometta loro una terapia miracolosa. C'è in questo comportamento una responsabilità della medicina ufficiale? "Il rischio della caduta superstiziosa è alle porte quanto più se uno si trova solo e impotente nei confronti dello scacco. Se le sue domande profonde non vengono ascoltate, accolte, si scatenerà la ricerca di cure eterodosse, capaci di risolvere sbrigativamente il problema. Non è necessaria una maggiore "razionalità", come qualcuno chiede. Il problema dovrebbe essere ribaltato. Noi in realtà stiamo disconoscendo la componente irrazionale emotiva con cui da sempre l'uomo vive la malattia. Chi è andato in piazza, a Montecitorio, per gridare "libertà di cura", voleva spezzare le catene che legano la speranza". Cosa dovrebbe fare il bravo medico? "Dovrebbe vivere le emozioni del suo interlocutore e accompagnarlo nel suo cammino. Dovrebbe mettersi al servizio di una persona umana per capire il suo linguaggio, che non è quello dei trattati di patologia, e tentare di decifrarlo. La speranza di un uomo di fronte alla fine riguarda questioni generali della vita. Una medicina che si considera come semplice tecnica della guarigione riterrà tutto ciò come opzionale. Invece un buon clinico non è tale se è incapace di entrare nel mondo psicologico e morale del suo malato". Peccato che il percorso di formazione dei medici italiani non preveda tutto ciò. "Già. La formazione dei medici è da ripensare profondamente. Pochissime sono le facoltà di Medicina che prevedono corsi di Etica. E poi bisognerebbe introdurre servizi di bioetica clinica negli ospedali. Qualche novità positiva c'è, per fortuna, in campo psicologico. Sono ormai obbligatori nel curriculum medico diversi insegnamenti di psicologia. Resta il fatto che l'addestramento alla clinica, che si occupa di malati, non di malattie, deve essere rifondato su basi non solo tecniche e patologiche, ma etiche e psicologiche. La medicina che vuole guarire è alle corde. Occorre una medicina capace di curare anche quando non si può guarire".

di Carlo Brambilla

La Repubblica 31/07/1998
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