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Napoli, l'odissea di un malato di cancro raccontata dalla figlia. Negli ultimi tre mesi scelse il metodo Di Bella
"Sì, mio padre è morto, ma così ha sofferto meno"

NAPOLI - Il suo viaggio della speranza sulla zattera Di Bella è durato tre mesi. Tre mesi affrontati con la consapevolezza del medico che, dopo l'inutile peregrinare da una camera operatoria a un ciclo di chemioterapia, depone le armi e dice: "La scienza ufficiale non può nulla. Perciò proviamo...". Non è servito, perché il viaggio si è concluso il 14 giugno scorso, alle sei di pomeriggio, era domenica. Ma è valso probabilmente ad attenuargli la sofferenza. "La cosa straordinaria - racconta la figlia, medico anche lei - è come papà sia riuscito a conservare lucidità, forze e persino il peso". Dunque una cura quasi inutile? "Nel nostro caso, certo non ha scongiurato l'esito mortale. Ma già aver permesso a un uomo di morire fra le sue cose, ricevendo, la sera prima, gli amici... E poi, vede, ho un paziente che segue il metodo Di Bella. Ha il cancro alla prostata, una scintigrafia mostruosa, e non un dolore. Uno è costretto a chiedersi com'è possibile". Gerardo Punzi, salernitano, chirurgo, gastroenterologo e urologo, nel giugno scorso, quando se n'è andato, aveva 58 anni. Da sedici mesi combatteva la sua battaglia privata con una malattia che lo aveva colpito a tradimento, in silenzio, al polmone. "Doveva sottoporsi a un controllo urologico - racconta la figlia maggiore, Maria Paola, 27 anni, geriatra al Nuovo Policlinico di Napoli - e gli era stata richiesta una radiografia al torace. Quando ritirò le lastre, guardò per curiosità più che per timore. Fu così che vide per la prima volta la sua malattia. Venne a casa e disse: "C'è una strana macchia, una pallina"". Era il 5 febbraio del '97. Venti giorni dopo Punzi fu sottoposto all'intervento chirurgico al polmone. Lo operò ad Avellino il professor Francesco Caracciolo, associato di quel Crocitti che a Roma operò il Papa. La diagnosi era infausta: tumore al terzo stadio A, dunque in fase avanzata. Ma non era diffuso, se uno solo dei linfonodi esplorati rivelò la presenza di una micrometastasi. Il ciclo di chemioterapia fu una esperienza traumatica. "Gli caddero i capelli, perse peso. Lo vedemmo infine scoraggiato". Ma durò poco. Vennero le vacanze, lui si mise in viaggio con la moglie, tornò a casa rinfrancato e in forze. Finché ad ottobre tutto ricominciò con un mal di denti. "Aveva dolore a un canino, sembrava un granuloma, gli estirparono tre denti". Non era un granuloma: analizzato, il campione sottoposto a biopsia rivelò la stessa composizione del carcinoma al polmone. Insomma, era finita. Certo per un uomo che non ha ancora sessant'anni è difficile rassegnarsi a morire. Specie se ha quattro figli giovani, e solo la più grande laureata. Specie se continua a ricevere malati, che - poiché lui ha chiuso lo studio - lo inseguono fino a casa: "Dottore, per cortesia, mi visiti: forse ho la bronchite". Specie se tra i suoi pazienti qualcuno ha il cancro e lui lo incoraggia: "La ricetta per guarire è non darsi mai per sconfitti". Fu probabilmente per non mancare a questa filosofia che il suo scetticismo di medico cedette di fronte alla speranza Di Bella. "Non so se ci credesse davvero - racconta ora la figlia - ma era la nostra ultima spiaggia. Non reggeva né chemio né radioterapia. Cercammo di documentarci, anche attraverso Internet. Alla fine fu lui a decidere: "Esiste questa possibilità, proviamola". Fu un tentativo di aver salva la vita, ma anche un offrirsi come cavia, un estremo atto d'amore per la scienza". Al Pascale, il centro tumori partenopeo, lo inseriscono nel gruppo sperimentale. Subito dopo deve difendere il suo diritto a restare nella lista, perché una crisi addisoniana viene scambiata per rigetto. "Ormai, era attaccato a quella sperimentazione come all'unico filo che lo teneva legato alla vita". Anche perché i dolori spariscono, tornano le forze. A maggio, Gerardo Punzi riceve ancora a casa i pazienti che gli sono più affezionati. Alla fine del mese, si sente così bene che porta al ristorante la famiglia. Qualche giorno dopo, va con la moglie a far la spesa e guida. Sa già, comunque, di essere spacciato. Il fegato si ingrossa e il colorito è giallastro: sintomi che potrebbero sfuggire a un altro per lui hanno un solo significato. Alla vigilia della morte, il sabato, il medico Punzi riunisce i vecchi colleghi d'ospedale per una festa di commiato. E l'ultima frase, prima di spirare, è per la moglie: "No, guarda, mi riprendo. Mi resta ancora un attimo".

di Eleonora Bertolotto e Beppe Del Bello

La Repubblica 30/07/1998
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