Rassegna stampa

< C L I C C A  P E R  S T A M P A R E  >

"Gli italiani, chiedendo la sperimentazione, hanno dimostrato di avere ormai assimilato concetti e metodi propri della cura e della scienza"
Veronesi: utile lezione per medici, politici e mass media

La parte di sperimentazione appena conclusa ci dice ora che con il metodo Di Bella la regressione della malattia non si è verificata in nessun caso ed è proprio questa assenza completa di risposta che renderebbe d'ora in avanti molto problematico e discutibile - sia sul piano etico sia su quello scientifico - ogni tentativo di proseguire la stessa sperimentazione o di indirizzarla su pazienti con tumori in fase ancora iniziale. La verifica dell'eventuale efficacia del metodo Di Bella è stata condotta in modo impeccabile e obiettivo dall'Istituto Superiore di Sanità, al quale il ministro ha correttamente affidato il difficile compito di dare una risposta rapida ed esauriente ad un quesito che in un modo drammatico ha scosso tante coscienze: credo che oggi il nostro Paese possa essere orgoglioso dell'efficienza ed imparzialità dimostrate da questa istituzione e che tutti dispongono pienamente dei dati e delle informazioni necessarie a costruire un giudizio adeguato. Se dunque dobbiamo concludere che il metodo Di Bella non ci ha insegnato a guarire i tumori, dobbiamo anche riconoscere che gli italiani hanno dimostrato grande fiducia nella ricerca e nella necessità di rigore scientifico quando chiesero a gran voce, direttamente o attraverso la stampa, che si procedesse alla "sperimentazione" della nuova cura, mostrando così di aver assimilato rapidamente concetti e metodi propri del procedere della scienza. Inoltre, questa faticosa presa di coscienza collettiva della drammaticità del problema cancro ci ha insegnato anche quanto sia importante che i risultati delle ricerche escano per tempo dai laboratori e arrivino presto ai malati che necessitano di cure. E' quindi assolutamente indispensabile che la comunità scientifica si sforzi di integrare sempre più le ricerche di laboratorio con quelle cliniche perché non accada che passino anni prima che il risultato sperimentale sia utilizzabile dai pazienti che ne hanno bisogno. Se questa è la principale lezione che noi oncologi abbiamo tratto dalla vicenda Di Bella, mi pare tuttavia che essa sia anche servita a mettere in evidenza alcuni importanti punti fragili del nostro sistema-Paese, in cui si è improvvisamente verificato un inedito rimescolamento di ruoli istituzionali. Giornali e televisione hanno deciso in massa, in modo acritico e con pochissime eccezioni, di fare da cassa di risonanza allo svolgersi della vicenda, trattando l'argomento più come fenomeno di costume che come problema di cura e ricerca medica, dimenticandosi delle basi scientifiche che occorreva verificare e soprattutto sottovalutando il fatto che i loro messaggi avrebbero raggiunto in modo confuso migliaia di malati gravi e le loro famiglie. Che dire di quei casi in cui per seguire l'onda emotiva di Tv e giornali si è rinunciato a cure più efficaci, perdendo tempo ed energie preziose? Parte degli oncologi si è arroccata su posizioni quasi oltranziste, basate su una negazione aprioristica della validità del metodo andando contro il principio di base della ricerca in medicina che è quello del dubbio e dell'atteggiamento sempre possibilista. Alcuni magistrati hanno deciso di entrare in questo campo minato con motivazioni confuse e con interventi di tipo emotivo, assumendosi il grave rischio di influenzare i comportamenti dei malati e delle loro famiglie prima ancora che si facesse la necessaria chiarezza. Anche una buona parte della classe politica si è lasciata sorprendentemente coinvolgere nella questione senza alcuna competenza specifica. Anzi, l'assertore del nuovo metodo di cura è stato in più occasioni manifestamente strumentalizzato e coinvolto in problemi ideologici cui era in realtà completamente e profondamente estraneo. Per non parlare, infine, dei soliti avventurieri che, trasformatisi da un giorno all'altro in "dibelliani" convinti, hanno venduto a pazienti disorientati cure infondate a prezzi esorbitanti. Se quindi un insegnamento può essere tratto da quanto è accaduto nei mesi scorsi, esso è che una corretta comunicazione fra mondo scientifico e popolazione generale (giornalisti, magistrati e politici compresi) è vitale perché il progresso della medicina sia reale. "Malgrado tutti i problemi che ciò comporta - scriveva recentemente la rivista medica inglese The Lancet - noi ricercatori abbiamo il dovere di comunicare i risultati dei nostri studi attraverso i mezzi di comunicazione di massa perché il pubblico ha il diritto di sapere cosa stiamo facendo". Certo vorremmo tutti trovare presto la soluzione che ponga fine all'incubo della malattia cancro: ma non ci sono scorciatoie al difficile cammino che la scienza deve compiere per raggiungere questo obiettivo. La vicenda Di Bella ce l'ha ancora una volta, dolorosamente ma fermamente, ricordato.

di Umberto Veronesi, Direttore scientifico, IEO

Il Corriere della Sera 29/07/1998
 
   
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