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La testimonianza di un ex scettico: credevo di trovare un personaggio da romanzo, era un medico con le mani da contadino
"Dopo nove anni di chemioterapia quel santone che non amavo mi ha ridato la vita"

CAMPI SALENTINA (Lecce) - Gli occhi nerissimi, i lineamenti finissimi di un discendente dei saraceni, la parola tagliente, ma il corpo che lo tradisce e che lui tenacemente trascina con sé nella sua battaglia per la vita. Andrea Russo ha 32 anni, è laureato in Legge e dopo 9 anni di chemio e radioterapia, nel giugno scorso, decise di andare a Modena, dal professor Luigi Di Bella, del quale aveva sentito mirabilie. "In verità - ricorda -, ero molto infastidito dai racconti su Di Bella. Ecco un altro santone, mi dicevo. Ma poi ho pensato che se i migliori centri oncologici, da Bologna ad Aviano, mi davano per spacciato, be', tanto valeva provare. Ho cominciato la cura il giugno scorso. L'ultimo controllo l'ho fatto a dicembre. Per la prima volta in 10 anni, il mio tumore non era aumentato". Era il 6 giugno 1997. Una giornata uggiosa, una faticaccia in treno per raggiungere Modena, immagini che non scompariranno mai dalla memoria di Andrea, dei suoi fratelli Ivan e Marco, dei suoi genitori Salvatore e Lucia. I Russo vollero affrontare uniti quel viaggio. "Non mi aspettavo quel che poi accadde", dice Andrea. Alla fine della visita, Di Bella gli prescrisse il suo farmaco a base di somatostatina e non gli disse: "Speriamo", ma: "Ci vediamo tra un anno, quando sarai guarito". Quel 6 giugno Andrea lo ricorda così: "Già la casa del professore, una come tante, si faceva notare per la sua essenzialità. Erano le 7 del mattino quando arrivammo. Fuori, una fila di auto. Dentro, pieno di gente. Ma era tutto così strano, di un'altra epoca, di un altro mondo. So che può far sorridere, ma la prima impressione che ebbi fu quella di essere entrato in un romanzo di Jules Verne. Da un momento all'altro mi aspettavo di vedere Capitan Nemo. Mi guardavo intorno sempre più incuriosito. Questo piccolo corridoio e poi la sala d'attesa piena di antichità, oggetti di altri tempi e tanti quadretti alle pareti, con l'immagine ricorrente di una donna, Deda, la fedele collaboratrice, la sua figlia adottiva. "Se qui non abita Capitan Nemo, continuavo a ripetermi, di sicuro vive uno che somiglia ad Archimede l'inventore o a Spennacchiotto scienziato malvagio dei fumetti Disney. Ma la voce della segretaria, "Prego, signor Russo, entri", cancellò le mie divagazioni. Entrai. E mi accorsi che stavo già parlando del mio tumore da mezz'ora, forse di più. E che quel signore anziano mi ascoltava, non mi dava fretta, anzi chiedeva che spiegassi meglio cose che a me parevano particolari insignificanti. "Adesso si tolga la camicia e tiri giù i pantaloni", mi dice. E poi, per tre quarti d'ora almeno, continua a visitarmi in silenzio. Mi ausculta come nessuno mai aveva fatto fino ad allora. Le mani, da contadino più che da medico, spingevano e palpavano senza fermarsi mai. E il suo orecchio si poggiava sul mio corpo a sentire quello che c'era dentro. "Cuore, fegato e pancreas sono a posto", diagnostica. "Piuttosto, figliolo, è un peccato che tu non sia venuto da me prima. Saresti guarito. Invece ti hanno massacrato. Ma sta' tranquillo, il tuo corpo reagirà più lentamente, a causa della radio e chemio che ti hanno fatto, ma ce la farà". "Non capivo più niente, forse sono rimasto imbambolato per un po', guardo in faccia i miei per capire se avevo capito. Sì. Di Bella mi stava dicendo che potevo farcela. Dentro quello studio pieno di carte, dove il telefono che squillava in continuazione faceva arrabbiare il professore e le sedie sembravano troppo precarie per starci seduti qualche minuto in più, mi stavano dicendo che potevo farcela. Né Capitan Nemo, né Archimede, ho pensato, e neppure Spennacchiotto: questo signore è un romantico. Sì, un romantico della medicina, uno di quelli che forse hanno alimentato l'ottocentesco "mito del buon dottore", ma di certo un grande. Due visite, non una lira. Perché? "Avrai bisogno di tanti soldi per le cure", mi ha risposto. Quando torno, professore? E lui: "Quando ne hai bisogno".

di Carlo Vulpio

Il Corriere della Sera 15/01/1998
 
   
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