Rassegna stampa

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Intervista al prof. Di Bella
Mi fermarono medici ignoranti

ROMA -[m.ma.] Questa intervista ha bisogno di una premessa. Il professor Luigi Di Bella non parla volentieri con i giornalisti. Si è chiuso nel silenzio, circondato dai collaboratori e dai figli che vigilano sulla sua salute. Alle nostre domande ha accettato di rispondere, ma attraverso un intermediario. Le domande gli sono giunte via fax. Questa è la sua volontà, in qualche modo anche il suo testamento scientifico. La notte dell'ultimo dell'anno lei ha dato incarico a suo figlio Giuseppe di scrivere una monografia sulla sua terapia. Se l'avesse scritta di suo pugno, a chi l'avrebbe dedicata? «Non ho dato nessun incarico, ho detto soltanto che se avesse voluto farlo ne avrei avuto piacere. Una persona a cui dedicare l’eventuale lavoro non ce l'ho». Pensa che la terapia prima o poi riceverà il crisma dell'ufficialità? «Per me senza discutere». Rifarebbe ciò che ha fatto? «Se le condizioni fisiche e mentali me lo consentissero lo rifarei, perché il metodo adoperato mi ha rinforzato nell’idea che, applicato bene, sotto tutti gli aspetti, rappresenta il vero rimedio contro le cosiddette malattie maligne». Pensa di aver commesso qualche errore? «Errori ne commettiamo tutti, senza escludere me; errori pertinenti soprattutto alla scarsa conoscenza della psicologia umana, di quella sanitaria in particolare». Errori di ingenuità? «Attribuire qualità umane, professionali, a molti colleghi riconosco che è stato un grave errore». La medicina è invincibile? «È pressoché impossibile districare il fittissimo intreccio fra ignoranza medica, presunzione umana, arrivismo, invidia; tutto questo per evitare di giungere alla conclusione che le linee essenziali della terapia delle affezioni maligne trovano soddisfacente risposta nelle linee essenziali del mio Protocollo». Chi ha lottato di più contro la sua terapia? «I più ignoranti di biochimica, fisiologia. I più imbevuti di presunzione e errate idee correnti». Fra i suoi discepoli a chi lascerà il testimone «Discepoli possono ritenersi tutti quelli che hanno sperimentato gli effetti del mio Protocollo applicato in tutti i suoi dettagli, in maniera rigorosa per sostanze, tempo di applicazione, intervallo fra i singoli cicli e rigorosa. purezza di preparati». Chi le è stato più vicino nei momenti difficili? «Gli ammalati che hanno seguito rigorosamente il mio Protocollo. Perché l'inevitabile presunzione e la grave ignoranza in fisica e biochimica della classe medica rappresentano i veri ostacoli all'affermazione indiscutibile dell'efficacia del mio Metodo». Cosa le hanno dato i pazienti? «Ho accettato il riconoscimento volontario di tanti pazienti, sotto vari aspetti, senza mai controllare se si fosse poi materializzato in qualche forma» Un paziente che le è stato particolarmente a cuore. «Tutti i malati per me si equivalgono; incide di più nella memoria il caso inizialmente più critico». Se dovesse scrivere il suo testamento scientifico, cosa scriverebbe? «Partirei dalla gratitudine verso coloro che hanno applicato e diffuso il mio Protocollo per arrivare al biasimo di coloro che l'hanno ostacolato con ogni mezzo per fini obsoleti». Un consiglio ai giovani ricercatori. «Non dimenticare mai le basi fisico-chimiche, logiche e naturalistiche».

Mattias Mainiero

Libero 23/05/2003
 
   
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