Rassegna stampa

< C L I C C A  P E R  S T A M P A R E  >

Il figlio del Professore accusa: «La sperimentazione è stata manipolata. Ora deve intervenire Sirchia»
Chiesta una nuova legge sulla cura Di Bella

La parola fine cala il 20 novembre del 1998: Rosy Bindi, ministro della Sanità, prende atto «con amarezza» dei risultati definitivi della sperimentazione. Pochi giorni prima, il13, un venerdì freddo e nuvoloso, gli oncologi dell'Istituto Superiore di Sanità avevano emesso il loro verdetto: «In nessun caso gli esiti degli studi autorizzano il proseguimento dell’indagine» La Cuf, Commissione Unica del Farmaco, era stata ancora più dura: i medicinali non devono essere inseriti «neanche nell’elenco di quelli per i quali può essere previsto un uso compassionevole». Caso chiuso: il metodo anticancro elaborato dal professor Luigi Di Bella, il ricercatore modenese da mesi al centro di una violentissima polemica, è bocciato dalle istituzioni scientifiche italiane. Sono stati complessivamente 386 i malati sottoposti a sperimentazione. Cinquantasette pazienti su 100 sono morti, 33 sono andati incontro a una progressione della malattia, 3 non hanno mostrato apprezzabili variazioni, altri 6 hanno fatto perdere le loro tracce. In un solo caso su cento c'è stata una risposta parziale. L’Istituto Superiore di Sanità scrive: nello 0% dei casi si è avuta una risposta completa, vale a dire una guarigione definitiva. Fine. «E invece no, - ribatte Giuseppe Di Bella, figlio del ricercatore modenese - quella sperimentazione non può essere considerata valida. Furono commessi troppi errori e i risultati non sono attendibili. Ora bisogna rimediare al torto». Giuseppe Di Bella è nel suo studio bolognese, dietro la scrivania in legno chiaro, alla sua sinistra un'enorme pila di documenti. Sarà alta almeno sessanta centimetri: lì c'è la vita scientifica del padre, le pubblicazioni, i lavori dei suoi collaboratori più stretti, gli atti ministeriali, statistiche, dati, elaborazioni, anche il libro di prossima pubblicazione sul metodo anticancro che ha fatto sperare e discutere. Lì, le prove di quella che Giuseppe Di Bella non definisce una truffa. Quest'uomo è un medico, un otorinolaringoiatra. È un signore dai capelli ormai completamente bianchi. Lontano il Di Bella figlio per antonomasia schierato con clamore al fianco del padre, il rampollo intransigente, forse anche un po' permaloso, scontroso, l'uomo senza mediazioni consegnatoci dall’e immagini televisive. Il padre aveva invariabilmente una lunga fila di penne infilate nel taschino della giacca, una accanto all'altra, la testa leggermente reclinata. Il figlio i capelli un po' scarmigliati. Somigliantissimi. Battagliavano, accusavano, non indietreggiavano. Ora i toni sono pacati, le frasi stringate, i fatti elencati quasi a capitoletti. Il primo paragrafo è quello dei medicinali scaduti. «Durante la sperimentazione - dice Giuseppe Di Bella - sono stati distribuiti farmaci non più validi». Lo dice anche un rapporto dei Nas. La firma è dei marescialli Ciro Spinello e Antonio Barrasso: 1.048 pazienti hanno assunto «un farmaco potenzialmente imperfetto e non più possedente le caratteristiche terapeutiche iniziali». E ancora: «Ne consegue che i risultati ottenuti dalla sperimentazione sono sicuramente inattendibili e che la stessa sperimentazione debba essere quantomeno rivista». La “data di scadenza” dei farmaci non era un’invenzione dei due marescialli: era stata certificata dall'Istituto Superiore di Sanità, tre mesi per i flaconi integri, venti giorni per quelli aperti. I due marescialli segnalarono la storia a diverse Procure della Repubblica. Non ricevettero un encomio: furono accusati di essere andati al di là dei compiti assegnati loro. E la sperimentazione non si fermò. Secondo paragrafo: l’acetone. Il professor Luigi Di Bella, all'inizio della sperimentazione, aveva indicato al ministero della Sanità una serie di precauzioni da prendere. Era stato preciso: nella preparazione della vitamina E, uno dei farmaci presenti nella terapia, bisognava fare particolare attenzione. «Gorgogliare l'azoto - si legge nel promemoria -a medio flusso per qualche minuto fino ad eliminazione del solvente organico». In particolare, «se si usa l'acetone». È altamente tossico, l'acetone, e anche cancerogeno. «E uno dei composti usati - dice Giuseppe Di Bella - conteneva acetone, fino a 850 milligrammi per litro». Il ministero si giustificò dicendo che la sostanza non era completamente eliminabile, la letteratura mondiale sembrerebbe dire il contrario. L'acetone restò. E la sperimentazione andò avanti. Terzo paragrafo: i criteri di arruolamento dei pazienti. Anche su questo punto Luigi Di Bella era stato chiaro: per lui la chemioterapia ha un effetto deleterio sui pazienti. Di più: è «responsabile di numerosi insuccessi terapeutici». Non andrebbe fatta. E i malati che parteciparono alla sperimentazione erano già stati sottoposti a chemioterapia. «Vede - spiega Giuseppe Di Bella - ci sono le prove, c'è il verbale dei Nas, ci sono gli studi sull'acetone, le raccomandazioni scritte di mio padre. E ci sono almeno altri otto validi motivi per chiedere di invalidare quella sperimentazione. Per esempio, è accertato che le percentuali di concentrazione di alcuni composti furono insufficienti, che furono usati solo quattro dei sette farmaci necessari, che non fu adoperata la particolare siringa temporizzata indispensabile per somministrare la somatostatina, elemento base della terapia anticancro di mio padre. La verità è che gli sperimentatori non conoscevano il metodo Di Bella, e ciò nonostante lo sperimentarono. Addirittura, molti di loro si erano pubblicamente espressi contro la terapia. Non la condividevano, non la apprezzavano, la sconsigliavano, ne dicevano peste e corna, e la sperimentarono». Undici motivi di invalidazione. Per ogni motivo un documento, una pubblicazione internazionale, uno studio. Giuseppe Di Bella li ha tutti lì, alla sua sinistra, proprio in cima alla pila. Un po' più sotto, le prime bozze della monografia che sta scrivendo: è una sorta di testamento scientifico, cinquecento pagine in cerca di editore. La notte dell'ultimo dell'anno il padre lo chiamò. Lui era a Bologna, il professore a Modena. Si sentirono per telefono. Era successo qualcosa di brutto, di irritante. Un ricercatore, negli Stati Uniti, aveva pubblicato uno studio sulla melatonina, uno dei composti del metodo Di Bella. Lo studio aveva avuto successo. Diceva che la melatonina è nella cura di alcuni tumori. E non faceva alcun “cenno al professore modenese e alle sue ricerche. «Si stanno appropriando dei suoi lavori, in Italia e all'estero», dice ora il figlio; «Per questo mio padre mi ha chiesto di scrivere la monografia, il suo testamento. Il tempo stringe, bisogna fare in fretta, bisogna chiedere un decreto legge per eliminare gli effetti di quella sperimentazione, se possibile anche una commissione parlamentare di inchiesta. Ecco, queste sono le bozze, mio padre le ha già visionate, mi ha dato consigli». Il volume comincia con una nota del ministero della Sanità, un comunicato: Rosy Bindi prende atto con rammarico… È la parola fine scritta dal mondo scientifico italiano sotto l'intestazione «Ministero della Sanità», con tanto di stemma della Repubblica. Per Giuseppe Di Bella e i collaboratori più stretti del professore modenese, per gli ammalati che hanno creduto nella terapia, per le loro famiglie, per migliaia di italiani è l'inizio di una nuova lotta e di nuove speranze. A sostenerli nella battaglia, recenti dati provenienti dalle ricerche mondiali. Sono dati sorprendenti, per ciò che dicono, e soprattutto per ciò che suggeriscono.

Mattias Mainiero

Libero 24/05/2003
 
   
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