Rassegna stampa

< C L I C C A  P E R  S T A M P A R E  >

Venne rispettato anche dai contestatori nel '68 DI BELLA 1912-2003
Una vita spesa per la ricerca

Uno dei modenesi più conosciuti al mondo. E, sicuramente, il medico più discusso del secolo. Il fenomeno Di Bella è la storia di un uomo che ha portato il camice bianco per 67 anni dal 1936, quando si laureò a soli 24 anni. Medico da una vita e soprattutto una vita da medico. Fino ad un mese fa (prima del ricovero in ospedale) passava 18 ore al giorno nel suo studio di via Marianini, a visitare e a confortare. Sempre gratis e mai una parola fuori posto, un gesto di stizza nei confronti dei pazienti. Oltre alla sua vita spesa per la ricerca c'era soprattutto la lezione continua del medico vecchio stampo per il quale prima di tutto veniva il paziente. Prima anche delle polemiche, prima dei riconoscimenti o degli insuccessi. Prima di tutto. di Vincenzo Brancatisano Il professor Luigi Di Bella è morto ieri. Ma la sua vita s'è fermata domenica 25 maggio 2003. Il fisiologo novantunenne, manda via con durezza i medici del Servizio 118, chiamati dai familiari. Non vuole andare in ospedale, l'anziano medico. Sente che, se vi andasse, non rivedrebbe più la sua casa, il suo ambulatorio, i suoi libri. Siede sulla sua inseparabile poltrona, adagiata nell'angolo che dà le spalle al garage semiaperto dove è ricoverata la sua mitica Bianchina Panoramica, che di tanto in tanto qualcuno rimette in moto. S'assopisce e soffre per una acuta crisi respiratoria. Ci sono i figli, accanto a lui, Giuseppe e Adolfo, la nuora Maria Letizia, i volontari dell'associazione Aian, che piangono per lui e che darebbero qualunque cosa a colui cui dicono di dovere la vita. Passata la mezzanotte arriverà l'ambulanza, chiamata da Enrico Aimi, suo legale, appena arrivato. Lo porterà in ospedale, e qui alternerà fasi di lucidità e di serena rassegnazione a lunghi momenti di tormento straziante. Intanto, proprio di fianco alla poltrona, sulla quale ha dormito negli ultimi anni, giace semiaperto il numero di maggio della rivista inglese Science, con un post-it incollato alle pagine centrali dedicate a uno studio sulla sclerosi multipla. NON SOLO TUMORI. Quando scoppiò il caso Di Bella, nel 1997, e il giornalista di un'agenzia gli chiese se fosse vero che lui curasse anche la sclerosi multipla e altre malattie gravi, lui rispose di sì. Tanto bastò a far irritare la nomenklatura medica nazionale e internazionale. Ma come? si chiedevano illustri professori, ora si mette a curare con la somatostatina la sclerosi, l'Alzheimer e l'artrite reumatoide? Un pazzo! In realtà la cura anticancro conosciuta come Multiterapia Di Bella (Mdb) e basata sulla somatostatina, non c'entrava nulla con le malattie citate. Altri sono i farmaci che Di Bella prescrive in questi casi. Quanto alla somatostatina, sarebbe bastato leggere il foglietto illustrativo che accompagna quel farmaco per rendersi conto che l'artrite reumatoide è una malattia per cui è indicata la "sconosciuta" somatostatina. Ma Di Bella non ha mai voluto o potuto pubblicare le sue intuizioni sulle riviste internazionali, dunque quelle critiche sono giustificate, anche se non dissolvono la presenza di pazienti di Alzheimer, di sclerosi, di sclerodermia, di lupus eritematoso, e di altre patologie, pazienti che, indipedentemente dalle pur necessarie pubblicazioni, si sentono meglio, stando a quanto testimoniano anche i propri medici di famiglia. I RITRATTI DI DEDA. Gli scaffali a parete intervallano i mille ritratti di Deda, così amava chiamare Maria Teresa Rossi, poi divenuta professoressa all'Università di Modena, e diventata sua collaboratrice dopo che lei gli ebbe confessato di essere malata con pochi mesi di vita. E' il 1966, Maria Teresa è studentessa di Scienze Naturali e Di Bella è il suo professore. Un giorno, dopo la lezione all'Università, quando tutti gli studenti sono usciti, Deda attende il suo insegnante con i libri stretti al petto. Gli parla del proprio male, un lupus eritematoso con prognosi infausta a due anni. Ricorderà Di Bella in alcune pagine molto intense dedicate a lei per il trigesimo della morte. "Chiedeva spiegazioni sul significato del referto con ingenua semplicità e con uno sfumato sorriso appena manifesto nel viso largamente deformato dal cortisone". E rammenterà il figlio di lui, Adolfo: "Il prof., così lo chiamava, la curò, consentendole per ventidue anni di stare china sul microscopio, riempire fogli di cifre, partecipare, con altri due assistenti, a numerosi congressi internazionali. Fedele esecutrice di ogni direttiva, gradualmente contagiata dallo stesso spirito speculativo, dall'entusiasmo per le nuove acquisizioni scientifiche". Nel 1988 Deda muore e Di Bella si chiude in un cupo mutismo che si trascinerà per molti anni. Alle sette del mattino di tutte le domeniche, fino a quando l'età glielo consentirà, sale in auto e va, con un mai dimenticato mazzo di rose, al cimitero di Fanano, paese dove Deda era nata e dove ora lei riposa. ARRIVA CAMPONESCHI. A metà degli anni '90 entra nella vita di Di Bella Ivano Camponeschi, giornalista e tour operator romano, condotto in via Marianini a Modena dalla malattia in fase terminale di un familiare. La straordinaria ripresa del paziente si unisce alla gratitudine per l'uomo che diventerà ben presto come un padre. Quando il caso Di Bella starà per scoppiare, Camponeschi sarà incaricato dal professore di tenere i difficili rapporti con la stampa. Saranno in tanti a contestare il "romano" per reconditi e mai dimostrati interessi economici che egli avrebbe nella faccenda Di Bella. Certo è che quando a Modena quasi nessuno si preocccupava del solitario fisiologo, a parte i familiari, Camponeschi per spirito di gratitudine finanzia, per anni, il laboratorio di ricerca di Di Bella, pagando, contributi compresi, impiegati, biologi, chimici e collaboratori medici. Poi traduce in varie lingue molti tra i libri sulla terapia Di Bella pubblicati dalla sua casa editrice, con lo scopo, dice, di farla conoscere nel mondo a fronte della pressochè totale penuria di pubblicazioni scientifiche provenienti dai medici che la praticano. Camponeschi è uno degli ultimi, domenica 25 maggio, a raccogliere le confidenze dello scienziato disteso con rassegnazione sulla poltrona cupa che non rivedrà più. Centinaia di fascicoli, tutti ordinati, di Science, di Nature e di altre riviste scientifiche. Tomi di fisiologia, di anatomia, vecchi e nuovi volumi in lingua tedesca. AMATO DAGLI ALLIEVI. Di Bella riesce ad attirare su di sé un'antipatia crescente da parte del mondo accademico modenese, che è proporzionale all'ammirazione e al rispetto che induce nei suoi allievi. Nel 1968, il suo istituto come gli altri viene occupato dagli studenti e i docenti devono starsene alla larga. Gli studenti però lasciano passare solo lui che, bombetta in testa e abito blu, arriva di buon mattino all'università in sella alla sua bicicletta. Le sue lezioni sono seguitissime. La folla è silenziosa, molti si assiepano sul pianerottolo, con i più anziani che zittiscono i più giovani quando un raro brusìo appanna le parole del fisiologo. La gratitudine è tanto grande che gli studenti, vedendolo sempre in bicicletta, un giorno gli regalano una Cinquecento usata. Pochi giorni dopo i ragazzi, sorprendendolo ancora in bicicletta, si sentono rispondere: "L'auto l'ho regalata a un istituto di beneficenza". Loro lo amano anche se è inflessibile. Un ministro della pubblica Istruzione un giorno fa pervenire una lettera per raccomandare un nipote. Di Bella s'inalbera. "Non si fa così - sbotta - non può un ministro raccomandare uno studente". Costui all'esame non riesce a calcolare i decimali su un problema relativo ai globuli rossi. Bocciato. "A promuovere gente che non ragiona - è il commento del prof - si fa solo del male, se almeno uno ragiona, un giorno potrà imparare". Gli scaffali tracimano di volumi di biologia, matematica, oncologia, biochimica delle vitamine, di chimica. LA FEDE NELLA CHIMICA. La chimica è fondamentale per lui. Anche se i programmi moderni non pretendono granchè in materia, lui non si crede degno di fare il medico senza averne una conoscenza adeguata e dunque su laurea anche in Chimica. Se lo ricorda bene, questo carattere severo, il farmacista Vigildo Ferrari di Bologna, classe 1924. Originario di Bondeno di Gonzaga, nel 1945, a guerra finita, decide di iscriversi all'università. Quello che segue è un brano tratto dalla biografia "Di Bella, l'uomo, la cura, la speranza" (Ed. Positive Press): "Sceglie Farmacia a Modena e nelle aule dove si svolgono le lezioni di Fisiologia Generale e Chimica biologica viene impressionato da un docente capace di spiegare cose che non riuscivamo a trovare in nessun libro. Prova a fare paragoni con altri docenti, lo studente Vigildo, e non si capacita per la chiarezza matematica che lui, il professor Di Bella, ci faceva toccare con mano. Nel 1946, Vigildo chiede al professore di diventare interno in Fisiologia e fa la tesi con lui. Rimane interno fino al 1955. Intanto decide di iscriversi in Chimica, perché il professore gli aveva detto chiaramente: Guardi, Ferrari, che lei deve laurearsi in chimica così acquisisce altre nozioni. E così anche nella seconda tesi viene seguito da Di Bella. Un giorno, nel 1946, il professore raduna i suoi otto allievi interni e dice loro: Mi serve un chimico, un ingegnere, un medico, un fisico, un matematico, un biologo e un farmacista'. Motivo? Dovrebbero costruire un'apparecchiatura necessaria per la misurazione del metabolismo basale e per altre ricerche condotte dagli allievi. Finisce che il professore se la costruisce da solo perché, racconta il dottor Vigildo, un grosso nome di Modena che gli aveva promesso di collaborare poi non lo fece. E' un bel gruppo quello degli allievi di Di Bella. Tutti avranno fortuna sul piano professionale, facendo tesoro della scienza acquisita stando a contatto con l'amato docente. LAVORO INNANZITUTTO. Con lui si lavora duro senza interruzioni. Non c'è domenica o ferragosto che tengano: Quando si sta bene bisogna dare tutto, solo la malattia ci ferma, era il pensiero del professore". E visto che la salute c'è, ci sta pure, per Di Bella, la terza laurea, stavolta in Farmacia. E negli anni a venire tanti farmacisti lo considereranno come un punto di riferimento e manderanno da lui i malati per spiegazioni sugli effetti dei farmaci. I pazienti, curati gratuitamente, avrannno un posto privilegiato nella sua vita, così nel 1990 Di Bella riceverà il "premio bontà" da don Sesto Serri, defunto prete della parrocchia di Villanova.

di Vincenzo Brancatisano

La Gazzetta di Modena 02/07/2003
http://www.gazzettadimodena.quotidianiespresso.it/gazzettamodena/arch_02/modena/cronaca/dc602.htm  
   
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