Rassegna stampa

< C L I C C A  P E R  S T A M P A R E  >

Anni fa il prof. si raccontò in una biografia autorizzata «Quella volta che volai in mare perchè stavo leggendo»
«Ecco tutta la mia vita»

Il professor Luigi Di Bella non amava parlare di sé. Come noto, se proprio costretto preferiva parlare della sua multiterapia, degli effetti della melatonina o della somatostatina. Di Bella era essenzialmente un uomo di studio, dotato anche di grande umorismo, ma essenzialmente un «topo di biblioteca e laboratorio» e un grandissimo clinico (con un'occhiata, ricordano in tanti, riusciva a diagnosticare tante cose). Non amava concedersi alle interviste e quando è stato obbligato a farlo ha sempre centellinato le frasi e le parole: e questo avvenne anche in occasioni clamorose, seguitissime, come il «Porta a Porta» di Bruno Vespa. Anni fa durante una delle fasi più acute della polemica che lo videro in opposizione col ministero della Sanità, il professor Di Bella accettò numerosi incontri col giornalista Vincenzo Brancatisano che ha realizzato il volume «Di Bella: l'uomo, la cura e la speranza» (160 pagine Editore Positive Press di Verona), di fatto l'unica biografia autorizzata dal professore e che è stata tradotta anche in Inghilterra dalla Quartet Books e in Australia. La casa di Francesca era spesso frequentata dai fratelli di Luigi e quando lui andava a trovarla, per trascorrere con lei qualche ora, era ormai sera tardi, tanto era immerso negli studi. Era solito preparare le materie su imponenti opere che intimidivano gli stessi docenti e grazie all'immane impegno profuso sostenne sempre con il massimo profitto gli esami universitari. Ben presto tutti ebbero modo di conoscere le sue qualità e rispettarono sempre le sue abitudini di riservatezza e la tendenza ad appartarsi. C'è un curioso aneddoto legato alla sua proverbiale immersione negli studi, che farà sorridere il lettore, ma che riesce a far sorridere anche lui, oggi, nel ricordarlo. Un giorno, mentre passeggiava sul lungomare di Messina, intento nella lettura, fu vittima della distrazione. Appoggiatosi a una catena mal sistemata che non resse al peso, precipitò in mare portandosi dietro i libri che si inzupparono, come lui, d'acqua. Recuperate le preziose opere, corse a casa, prese il ferro da stiro e le ricompose con maestria. un'abitudine, quella di stirare, che non perderà mai più. STIRA E FA BUCATO. Ancora oggi il vecchio medico, tra le visite e l'attività di ricerca, riesce a trovare il tempo per stirare, per fare il bucato, per prepararsi da mangiare (i legumi sono i primi a finire nelle sue pentole). Solo con i computer ha problemi. Ma in realtà sono i computer ad avere problemi: "Io non li capisco - dice lui - non ragionano...". Tra gli interessi del futuro scienziato avranno un posto importante l'arte e la musica. Non andrà mai in vacanza, il professore, ed anche quando vorrà conoscere meglio il patrimonio artistico delle città italiane, lo farà nel tempo lasciato libero dagli impegni di lavoro, che in questo caso saranno quelli di presidente di commissione agli esami di maturità. Quanto alla musica, imparerà a suonare il pianoforte, l'armonium, il mandolino e la chitarra. Poche simpatie saranno invece riservate al grande schermo, nessuna per quello "piccolo". L'ARRIVO A MODENA. Di Bella arrivò a Modena nel 1937. Quando il suo professore, Pietro Tullio - fisiologo di rinomanza internazionale e allievo di Pietro Albertoni - venne trasferito all'università di Bari, volle portarsi con sé il laureando siciliano. Tullio lo avviò pure allo studio del tedesco, lingua nella quale erano scritte le più importanti monografie di fisiologia e neurofisiologia. LAUREA A 24 ANNI. Il 14 luglio 1936, a soli ventiquattro anni, conseguì con 110 e lode la prima laurea, in Medicina, dopo avere aggiunto dodici esami al corso normale di studi (con una tesi intitolata "La permeabilità ai gas tossici del polmone in rapporto allo stato di umidità"). Dal 1936 al 1939 divenne Aiuto Incaricato nell'Istituto di Fisiologia Umana dell'Università di Parma. Nel luglio 1939 fu Assistente Ordinario nello stesso Istituto. Dal 1937 al 1977 divenne Aiuto Ordinario alla Cattedra di Fisiologia Umana dell'Università di Modena. Nel maggio 1941 nacque il primo figlio, al quale venne dato il nome del padre, Giuseppe. Dalla gioia ai dolori il passo non fu molto lungo. L'Italia era in guerra e Luigi Di Bella, nel 1941, fu chiamato alle armi. Lo mandarono in Grecia come capitano medico di complemento e gli affidarono la direzione prima dell'ospedale da campo della 39 Divisione Acqui, più tardi di quello della 209 Divisione Modena e in questa veste si prodigò per i propri soldati durante tutto il periodo della guerra. Ben presto la sua fama di bravo medico si estenderà a tal punto che molti militari tedeschi chiederanno di essere seguiti da lui. Dando dimostrazione della propria eccezionale versatilità, per integrare le scarse disponibilità alimentari fece dissodare e coltivare le terre vicine all'ospedale da campo e chiese che si allevassero capre e mucche. DORME 4 ORE. Raramente dormiva più di quattro ore a notte, in linea con le abitudini che conserva tuttora. A riprova della sua dedizione verso i pazienti, che hanno sempre il primo posto nelle sue attenzioni, un giorno affrontò a piedi una marcia estenuante, rinunciando al cavallo che gli sarebbe spettato come ufficiale per destinarlo a un convalescente. La straordinaria umanità del prof verrà confermata oltre mezzo secolo più tardi, nel gennaio 1998. IL CASO. Quando Di Bella è al centro dell'attenzione nazionale per la sua cura contro il cancro centinaia di pazienti premono per avere un appuntamento col professore che non ce la fa più a sostenere il ritmo forsennato di visite, appesantito dallo stress indotto dagli eventi. Come se non bastasse, un ascesso al dito di un piede gli provoca dolori. Arriva a Modena un medico di Padova per praticare, tra una visita e l'altra, il piccolo intervento di estrazione dell'unghia. Ma Di Bella lo fa aspettare: "Prima visito tutti i pazienti - risponde al medico - poi lei mi toglie l'unghia". La guerra segnò Di Bella sul piano fisico. Per avere contratto la malaria, il 4 settembre 1943 fu rimpatriato dopo essere stato posto in congedo illimitato. Ma quel sollievo fu solo temporaneo. Il suo rientro in patria era infatti atteso da un grande dolore: la morte dell'adorata mamma, Carmela Turnaturi, stroncata da un attacco di angina pectoris. E questo dolore si sommava a un altro, altrettanto grande. Qualche settimana prima, quando era ancora in Grecia, gli era stata comunicata la notizia della morte del professor Pietro Tullio. Negli anni della guerra, pur costretto a usare le stampelle, Di Bella ricominciò a insegnare all'università di Modena. SFOLLATO A BASTIGLIA. Per sfuggire ai bombardamenti - la sua casa era molto vicina alla stazione ferroviaria, bersaglio preferito dal fuoco degli aerei - la famiglia Di Bella, come tante altre, dovette sfollare. Il censimento provinciale dei locali sfitti da requisire per dare alloggio agli sfollati indicava che c'era posto a Bastiglia, un comune situato a pochi chilometri da Modena. Con la moglie Francesca, il piccolo Giuseppe e le sorelle di lei, Citta e Sara, che intanto avevano lasciato la Sicilia, il professore si trasferì in una casa colonica di proprietà della famiglia Plessi. "Eravamo in quindici in famiglia. A casa nostra c'erano due stanze e solo in una c'era la stufa. Qui il professore tutte le mattine visitava, sempre gratuitamente, i civili di Bastiglia. Un'infinità di persone veniva a farsi curare dal professor Di Bella in casa nostra. In quella casa abitavano alcuni nostri parenti che poi erano andati a vivere a Nonantola, un altro paese poco distante da Modena e il Comune aveva requisito i locali per adibirli agli sfollati. Noi si accettava quelli che mandavano". LA PLESSI RICORDA. Pia Plessi aveva 13 anni quando nel 1943 la famiglia Di Bella fu sfollata a Bastiglia. Ricorda così i suoi giorni trascorsi con lo scienziato: "Un giorno arrivarono un bambino di nome Pippo, la sua mamma, Francesca, le sorelle di lei e il professore. Quest'ultimo, a parte le ore trascorse in ambulatorio, qualche volta si fermava a giocare a carte in casa con mio padre. Altre volte si tratteneva con noi per spiegarci perché era opportuno mangiare il pane nero con la crusca, per via di certe sostanze importanti che contiene. Ogni tanto sua moglie ci diceva: Gino oggi è malato. Era la malaria, che gli aveva lasciato un bel ricordo, e questo ricordo di tanto in tanto si manifestava con febbri altissime. Ma era sempre lui a vincere la guerra con la malattia, che non gli tolse mai l'innata vitalità. Un giorno d'inverno, racconta la signora Plessi, c'era molto freddo e il professore portò Pippo in mezzo alla neve per fargli fare un giro sulla slitta. E' un medico - sbottò la nonna di Pia - ma sta facendo prendere tanto freddo a quel bambino che alla fine si ammalerà". E tutti i giorni, bombardamenti o no, il professore andrà all'università con la sua bicicletta. UNA SOLA ASSENZA. In tanti anni di insegnamento Di Bella si assentò dalle lezioni solo una volta. In quell'occasione, gli studenti di Scienze Biologiche, rimasti allibiti di fronte alla porta inaspettatamente chiusa dell'aula di Fisiologia Generale, trovarono un biglietto incollato a quella stessa porta: "Mi dovete perdonare", v'era scritto, "ma sono andato a rendere l'estremo saluto a una mia sorella". Bastiglia sorge su quella che i modenesi conoscono come il "Canaletto" e che unisce la città della Ghirlandina con Verona. Negli anni della guerra, sul Canaletto c'era sempre un via vai di tedeschi. Spesso si accampavano nel fondo dei Plessi, che per 700 metri costeggiava il Canaletto. Prendevano gli anziani e i ragazzi che per l'età non erano sotto le armi e li portavano nei campi per costruire i rifugi antiaerei nella campagna. Qualche volta capitò che si fermassero a dormire nella stalla attigua alla casa colonica. CONIGLI E CONSIGLI. «Al professore tante volte rispondeva loro in tedesco - rammenta Pia Plessi - non so se lo abbiano mai chiamato per curare qualcuno di loro. Dopo la Liberazione si trasferirono a Modena nell'appartamento di via Cucchiari. Continuammo a frequentarci per un po'. Mio fratello maggiore e i miei cugini gli diedero una mano a sistemare la terra in via Marianini. Alcuni dottori che collaboravano con lui venivano in campagna a prendere dei conigli che gli servivano per le ricerche di laboratorio. «Era ed è un medico molto bravo. Ricordo che una mia sorella più giovane aveva il collo ingrossato e il professore le disse che aveva dei problemi alla tiroide che avrebbero potuto produrre conseguenze molto gravi. Le fece fare una cura a base di lievito di birra. Accettammo di buon grado il consiglio perché nutrivamo una grande stima verso quel medico. Mia sorella guarì e non ebbe mai più alcun disturbo. Nel 1950, una mia zia quasi cinquantenne era costretta a letto da anni per dolori terribili alle articolazioni per cause che tutti gli specialisti che aveva consultato non erano riusciti a individuare. Il professor Di Bella scoprì - mi ricordo che aveva usato una speciale siringa - che aveva un tumore alla colonna vertebrale. Indicò l'opportunità di un intervento chirurgico cui la zia si sottopose in un ospedale di Bologna e piano piano si ristabilì. In molti gridarono al miracolo, vedendo la zia riprendere sulla bicicletta. La zia campò fino a 87 anni».

La Gazzetta di Modena 02/07/2003
http://www.gazzettadimodena.quotidianiespresso.it/gazzettamodena/arch_02/modena/cronaca/dc101.htm  
   
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