Rassegna stampa

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Una vita dedicata alla terapia anticancro «alternativa». Molti i seguaci, ma senza l'ok del ministero
È morto Di Bella: la sua cura divise il Paese

Il professore Luigi Di Bella è morto ieri mattina all'ospedale Estense di Modena. Avrebbe compiuto 91 anni il prossimo 17 luglio. La casa-studio di via Marianini 45, alla periferia di Modena, è stata per moltissimi anni, e praticamente fino alla sua scomparsala sede delle ricerche di Di Bella e il punto di approdo, da tutta Italia e dall'estero, per tanti pazienti alla disperata ricerca dell'ultima speranza nella lotta contro il cancro. Le sue terapie hanno provocato forti polemiche, scontri con il potere politico e la medicina ufficiale, per i critici solo illusioni. L'immagine dello scienziato curvo e canuto tenne banco soprattutto tra le fine del '97 e l'estate '98, quando le sperimentazioni sul suo metodo (frutto anche di ordinanze di magistrati, in primis il pretore di Maglie Carlo Madaro) fecero parlare a lungo stampa e oncologi. «Ho raggiunto buoni traguardi in silenzio, ignoto a molti ma non ai pazienti e ai parecchi colleghi che hanno creduto perché hanno provato», scriveva Di Bella nel volume «Cancro: siamo sulla strada giusta?», cercando di indurre a cambiare strada nella terapia. «I miei protocolli sono stati adottati, in 25 anni, da oltre 10.000 pazienti. I risultati ottenuti e le tante remissioni mi hanno convinto che oggi possiamo avere meno paura dei tumori». Di Bella, catanese di Linguaglossa, nato nel 1912, ultimo di tredici figli, si laureò all'università di Bari con 110 e lode nel '36. Sono stati gli studi su melatonina e somatostatina e le applicazioni sui malati a creare interesse attorno a Di Bella, la cui terapia si proponeva di arrestare la crescita tumorale. Nel febbraio 1995, alcuni suoi pazienti minacciarono di denunciare il ministero della Sanità per omicidio colposo plurimo se non fosse stato ritirato il decreto legge che comminava sanzioni ai medici che prescrivevano la melatonina. Partirono le prime interrogazioni parlamentari, nacquero le prime associazioni di pazienti. Poi fu un'escalation di commenti, di prese di posizione pro e contro, di manifestazioni di piazza a favore del medico. Fino a che nel '98 l'allora ministro della sanità Rosy Bindi, concesse la sperimentazione dei protocolli Di Bella, il cui esito bocciò la terapia. Di Bella era malato gravemente dall'anno scorso. Sulla terapia di Luigi Di Bella i dubbi ancora rimangono, ma sulla sua capacità di comprendere e ascoltare il malato sono tutti d'accordo. «Al professore Luigi di Bella va la compassione e il rispetto che si devono a chi è ormai affidato alla misericordia di Dio» ha detto Rosy Bindi, oggi responsabile Salute della Margherita. E l'attuale ministro della Salute Girolamo Sirchia ricorda il medico scomparso come «una persona limpida e onesta, convinta di fare cose giuste alla quale dobbiamo rispetto». Sono decine le persone che, partite anche dalla Bergamasca, parteciperanno oggi ai funerali del professore. Fanno parte del Centro bergamasco d'ascolto malati di cancro, un'associazione fondata nel 2001 da un gruppo di famiglie con lo scopo di garantire supporto morale ai malati e informazioni sulla cura messa a punto dal fisiologo modenese. In Lombardia sono attive altre due associazioni simili con sede a Brescia e Mantova. Aveva gli occhi lucidi per la commozione Angela Crippa, presidente del Centro bergamasco (che è stato organizzato proprio nella sua abitazione di via Manzoni, ad Ambivere) mentre nella serata di ieri rispondeva alle telefonate delle persone che chiedevano informazioni sull'orario dei funerali e, soprattutto, sulla possibilità di trovare un passaggio per parteciparvi. «Mio marito vive grazie alla cura Di Bella. All'inizio reperire informazioni su questa terapia che, dopo il fallimento della sperimentazione, pareva essere scomparsa era difficilissimo. Oggi vogliamo evitare ad altri tale calvario, mettendo a disposizione notizie su farmaci e medici praticanti la terapia. Cerchiamo anche di unire le forze per acquistare le medicine, molto costose e difficili da trovare. Attualmente sono 60 i malati residenti in Bergamasca che fanno riferimento all'associazione».

L'Eco di Bergamo 02/07/2003
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