Rassegna stampa

< C L I C C A  P E R  S T A M P A R E  >


Democrazia è una cosa la medicina un'altra

tutta la pratica medica, che ha le sue regole, come qualunque altra attività dell'uomo, dal commercio al traffico aereo. Queste regole sono le stesse in tutte le parti del mondo. Non riconoscerle significa negare il fondamento della ricerca scientifica e della pratica clinica. Il decreto del Parlamento per la sperimentazione della «cura anticancro» a forza di emendamenti divenne rapidamente una farsa: si prevedeva persino di sottoporre alla cura ammalati che prima non avevano ricevuto terapie tradizionali e questo senza dir loro esplicitamente (altro emendamento) che non c'era uno straccio di dato a favore di queste medicine. Un decreto del governo italiano negava giorno dopo giorno il fondamento stesso della scienza sotto la pressione di un'opinione pubblica istigata dai mezzi di informazione. Più giudizio clinico e meno giudici «clinici», titolava il «Lancet» del 31 gennaio 1998. Medico e giudice hanno molto in comune: un certo potere, ed il privilegio di poter decidere. Ma tutto questo non va dato per scontato, i medici devono saper ammettere i loro limiti e, se necessario, sentire colleghi più competenti. I giudici, anche loro, dovrebbero avere l'umiltà, quando serve, di chiedere a colleghi più esperti. Sbagliavano a volere che le medicine di Di Bella fossero rimborsate dal Servizio sanitario nazionale perché non erano medicine. Ma quelli che hanno sbagliato di più sono stati i medici: dovevano dire chiaro e tondo all'opinione pubblica che dati scientifici, non convinzioni personali sono alla base degli straordinari passi avanti della medicina degli ultimi cento anni. Dovevano saper spiegare che democrazia e medicina sono cose diverse, e che nel nostro lavoro l'autorità viene dai dati, quelli pubblicati, che chiunque, in ogni parte del mondo, può verificare e riprodurre. Il ministro Rosy Bindi, di fronte alla pressione della gente, ha fatto benissimo a chiedere che si sperimentasse. Guai se il Servizio sanitario nazionale dovesse pagare dei farmaci solo perché chi li usa è convinto che facciano bene. Ci fosse stata in Italia una classe medica credibile e determinata, loro, i medici dovevano convincere il ministro che non si può sperimentare qualcosa per cui non ci sono dati (nemmeno negli animali) su cui basare il protocollo di studio. Il dottore di Modena non aveva mai pubblicato studi sufficienti ad avallare una sperimentazione. «Melodramma italiano», concludeva Alison Abbott su «Nature», la rivista scientifica più influente del mondo. Di Bella è morto, la cura per il cancro non ce l'ha lasciata (la strada è ancora lunga, fatta di tante delusioni ma anche di tanti straordinari successi frutto di ricerca e rigore scientifico), ma ci ha lasciato tante altre cose. Abbiamo capito grazie a Di Bella quanti opinionisti ci sono in Italia, anche bravi, che confondono convincimenti personali con evidenze scientifiche e non c'è da meravigliarsi in un Paese che trascura l'insegnamento delle Scienze nelle scuole. Ma Di Bella ci ha lasciato qualcosa di ancora più importante. Grazie a lui gli oncologi italiani, alla fine di una sperimentazione costosissima e finita come tutti sanno, si chiesero perché Di Bella aveva avuto tanto successo (in televisione e con la gente). Scoprirono (lo studio è pubblicato su «Lancet») che con la metà dei loro ammalati, mai avevano discusso delle loro cure, e se si poteva guarire, e come, e quando. Questi ammalati, poi, andavano da Di Bella o chiedevano le sue cure. Gli altri che con il proprio medico parlavano, e lo travavano quando gli serviva conforto, a Di Bella non ci pensavano proprio. Ma all'Università non si impara a parlare con gli ammalati, a coinvolgerli, ad allearsi con loro per combattere il loro male. Di Bella, lo faceva. Per questo gli dobbiamo essere grati, tutti.

Giuseppe Remuzzi

L'Eco di Bergamo 02/07/2003
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