Rassegna stampa

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Modena - Luigi Di Bella: aveva fatto della lotta al cancro una missione
Il professore amato dai pazienti incompreso dai grandi oncologi

Aveva una cascata di capelli bianchi sopra una fronte alta. Era un uomo asciutto nel fisico e nelle parole. Preferiva i fatti. Un tipo essenziale, schivo, che aveva un chiodo fisso, da quando aveva scelto la medicina: sconfiggere il cancro. Aggiungiamo che conduceva vita da eremita o quasi: studio, pazienti, laboratorio. Luigi Di Bella, professore, padre della famosa e discussa cura contro i tumori, era un antipersonaggio. I giornalisti in genere preferiscono soggetti più sanguini, coloriti, che si accendono nelle polemiche. Lui era un uomo solitario che è morto da schivo. L'avevo intervistato la prima volta nel 1987, tornava da un congresso internazionale. Amava partecipare a questi incontri, portare il suo contributo. In genere raccoglieva molte incomprensioni. Si riteneva il pioniere della causa della melatonina e della somatostatina, con relative applicazioni sui malati. Ci sarebbe stata qualche altra volta, qualche nuovo incontro. Per esempio a Modena, in via Marianini, dove il mite e solare prof. Di Bella aveva stabilito il suo quartier generale (dal 1939 al 1947 è stato aiuto ordinario alla Cattedra di Fisiologia umana dell'Università locale). In una casa di modeste dimensioni e senza pretese passavano già allora frotte di persone che giungevano da ogni parte d'Italia carichi di speranze, affidate a quell'uomo con il ciuffo di bianchi capelli ribelli. Poi diventarono fiumane quotidiane. Quando si affacciava sulla porta del suo studio, pareva un ricercatore uscito da una stampa d'una volta. Non c'era una sedia libera, molte persone erano in piedi. Lui non perdeva mai la calma. Al termine della sua intensa mattinata, mi portò a vedere le bestiole sulle quali faceva esperimenti. Forse è capitato una volta sola che si pranzasse insieme, perché c'era un medico di sua totale fiducia, Giancarlo Minuscoli. Anche a tavola Di Bella rivelava la sua indole quasi conventuale. Ho poi saputo che era ripetitivo: mangiava e ordinava sempre un piatto di fagioli che, aggiungeva svelto, "è come mangiare un piatto di carne". In pratica, viveva di niente. Non ricordo se abbia bevuto un sorso di vino. Divenne popolare in tutta Italia, ottenendo una visibilità incredibile. Telegiornali, talk show, dibattiti con lui in studio, abbondanti processi massmediatici. Per lui, una mobilitazione di piazza negli anni 1997 e 1998, addirittura marce, editoriali e titoli in prima pagina. La terapia della speranza divise l'Italia. Succede nello sport e anche nella medicina. E' normale che chi faccia baluginare un lumicino a quanti si trovano in un tunnel di disperazione venga acclamato. Era già successo con Bonifacio e il suo siero di capra contro il cancro. Con Di Bella il clamore è stato enormemente più alto. L'allora ministro della Sanità, Rosy Bindi fu benedetta e maledetta per la linea che scelse e che fu ritenuta di ostilità dai sostenitori del professore modenese. Opinabili e discussi gli esiti della sperimentazione. Curarsi con la terapia-Di Bella, però, costa e non tutti se la possono consentire. Di certo non ha giovato alla battaglia del prof. Di Bella l'entrata in campo dei politici al suo fianco e la stessa inclinazione del figlio medico. Di Bella non aveva dubbi e lo aveva scritto in uno dei suoi libri: "I miei protocolli sono stati adottati, in 25 anni, da oltre diecimila pazienti. I risultati ottenuti e le tante remissioni mi hanno convinto che oggi possiamo avere meno paura dei tumori" ("Cancro, siamo sulla strada giusta?"). Restano molte domande sul suo metodo ma ce n'è una di pura curiosità personale: come sia riuscito un professore quasi novantenne, mai uscito dai suoi circuiti e di sicuro non salottiero, a diventare uno tra i più efficaci comunicatori d'Italia.

di Giuseppe Zois

Il Giornale del Popolo 02/07/2003
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