Rassegna stampa

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Morto Luigi Di Bella, padre della discussa terapia anticancro Al tempo in cui i media per lui erano impazziti,s’era detto di tutto, e scritto anche di più
Quel medico che per un'ora ascoltava i suoi malati

Un mese fa, sentendo che la morte era vicina, il professor Luigi Di Bella aveva chiamato presso di sé i suoi medici, quelli che praticano la sua terapia. Non pochi, giacché, nel silenzio ormai assoluto dei media, sono in migliaia quelli che si curano con la somatostatina. Un passaparola privato e semiclandestino, eppur tenacemente fedele al medico novantenne. E questo ostinato e carbonaro sussurrare, nel tempo della comunicazione globale, è una stranezza che dovrebbe fare riflettere. Chi era Di Bella? Al tempo in cui i media per lui erano impazziti, s'era detto di tutto, e scritto fra le righe anche di più. Dallo studioso al genio, allo stregone, il passo è breve, nel rincorrersi vorace dei titoli dei giornali. Restituiscono onore al professore due parole del ministro Sirchia: «Una personalità limpida e onesta, un uomo convinto di fare del bene». E tutto il resto, l'enorme clamore sulla stampa, la dolorosa illusione di tanti malati, il resto cosa è stato? Di Bella aveva formulato la sua terapia attorno a una intuizione: la somatostatina depotenzia la proliferazione delle cellule cancerogene, ne induce la apoptosi, il suicidio cellulare. Una intuizione che comincia a essere accolta nell'ambito dell'oncologia ufficiale. Ma appunto un'intuizione: come dire che un volante e quattro ruote sono una automobile. Un principio notevole: ma tutto il resto manca. Un principio, per di più, maturato da un battitore libero estraneo ai circuiti della grande ricerca internazionale. Ma, per alcuni singoli malati, la cura personalmente dosata dal professore porta a giovamento. La voce arriva a giornali e tv e il caso scoppia. Non importa se la terapia funziona per certi tipi di cancro e non per altri, il miracolo mediatico non accetta confini. La sperimentazione in un certo senso parte a furor di popolo. Finisce in un disastro. Di Bella non sa - o non può - gestirla personalmente. E c'è un certo clima contrario. Poco si parlerà, poi, di un rapporto dei cara binieri del Nas, che sulla correttezza della sperimentazione stessa avevano delle riserve. Parte dei farmaci scaduti - secondo alcune interpretazioni -, acetone nei flaconi, prove di stabilità non effettuate, pazienti scoraggiati dal continuare la sperimentazione stessa. Comunque, tutto archiviato, fine. E poi un gran silenzio, un silenzio assoluto quanto esagerato era stato il clamore. Tuttavia, diversi anni dopo, qualcuno insiste. Centinaia di Asl sono state costrette a pagare la terapia dal pretore. Insistono i parenti di chi un beneficio l'ha avuto. E i medici che, cartella clinica alla mano, devono riconoscere: questo malato sta meglio. Pochissimi tipi di tumore, presi per tempo. Terapie mirate su "quel" paziente. Ed è questo infine il segreto di Luigi Di Bella, che lì ha conquistato pazienti fedeli e ha introdotto qualcosa di nuovo nel rapporto fra medici e malati. Giacché, terapia a parte, il professore con ciascuno di loro ci stava, e ci parlava, per più di un'ora, e la cura era diversa per ognuno. E questo meravigliava i pazienti. La fama di Di Bella è dovuta anche a questo: ascoltava per un'ora i malati. In questo, una leggenda, sulla quale alcuni medici forse dovrebbero riflettere.

Marina Corradi

L'Avvenire 02/07/2003
http://www.db.avvenire.it/avvenire/edizione_2003_07_02/articolo_356514.html  
   
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