Rassegna stampa

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I commenti al decesso del medico
Di Bella, critiche nonostante la morte

Una vita nel segno delle polemiche, quella del professor Luigi Di Bella. Polemiche che infuriarono cinque anni fa, quando il governo italiano - spinto da sentenze pretorili e forti movimenti di piazza - autorizzò la sperimentazione della sua terapia , a base di somatostatina, negli ospedali oncologici , mentre malati e loro familiari facevano la fila anche di notte davanti all’abitazione del canuto professore o davanti agli ambulatori dei medici autorizzati a prescrivere il suo cocktail di farmaci. E i farmacisti facevano la spola con la Svizzera, per procurarsi le preziosissime fiale di somatostatina e le pillole di vitamine. C’era anche un medico veronese, Achille Norsa, tra quelli che curavano i pazienti oncologici seguendo il trattamento Di Bella, con il benestare del professore modenese. Il suo nome e indirizzo, assieme a quello di altri medici italiani, venne pubblicato su Panorama e ciò gli provocò non pochi problemi nel reparto in cui lavora, a Borgo Trento. Polemiche che sono puntualmente riesplose ieri, a poche ore dalla morte di Luigi Di Bella. Si sono riproposti gli schieramenti di sempre: seguaci o nemici acerrimi, con qualche spruzzata di solidarietà al medico che ha dedicato la gran parte dei suoi 91 anni chino sul microscopio a cercare una risposta per i tanti malati che bussavano alla sua porta. Inflessibile la classe medica. Il professor Carlo Maria Croce, ad esempio, non va per il sottile: «Il professor Di Bella? Un venditore di fumo. La sua presunta cura anti cancro? Baggianate. Non c’è alcun riscontro scientifico, nessuna sperimentazione che abbia evidenziato l’utilità della sua cura, basata sul nulla. Un caso, quello scoppiato cinque anni fa, tipicamente italiano, figlio di un malcostume generalizzato che si basa sull’ignoranza. Era un ciarlatano e basta. Il problema, purtroppo, è che il malato di cancro, specie quando è in fase terminale, si attacca a qualunque flebile speranza, crede a maghi e stregoni e prova di tutto. Ottenendo un solo risultato: anticipare la sua morte». Il professor Gianluigi Cetto, direttore dell’Oncologia medica, annuisce: «Spiace dirlo nel giorno della sua morte, ma il professor Di Bella era un povero paranoide. Lui credeva fermamente in quello che faceva, era convinto dell’efficacia della sua cura e probabilmente lavorava in buona fede. Purtroppo, però, era circondato da persone che ne hanno approfittato».

L'Arena 02/07/2003
http://www.larena.it/ultima/oggi/cronaca/B.htm  
   
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