Rassegna stampa

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Riusciva a dare speranza con la pietà e la pazienza

ROMA. «La diagnosi di cancro suscita terrore, tanto che il paziente accetta, anche se con manifesta ripugnanza, gravi e mutilanti interventi chirurgici, devastanti e lunghe chemioterapie, nella convinzione di liberarsi del terribile male». Lo scrive Luigi Di Bella all'inizio del sesto capitolo del libro «Cancro: siamo sulla strada giusta?», una raccolta di riflessioni e di testimonianze, tutte di terapie andate a buon fine (dopo, in ogni caso, un evento chirurgico). La terapia del professore, laurea in medicina con 110 e lode nel 1936, consisteva fondamentalmente nella sostituzione di un cocktail di somatostatine, melatonine e vitamine, in dosaggi robusti, alla chemioterapia, della quale lui avversava l'uso per gli effetti collaterali altamente tossici e immunodepressivi. Ma la sua carta vera era l'atteggiamento nei confronti del malato, uomini e donne che si accalcavano negli studi medici ricavati nei conventi, disposti a ore di fila perché su di loro gravava una prognosi infausta. Di Bella cominciava a curare quando gli altri smettevano, esattamente come fanno gli oncologi di spiccata deontologia professionale. I suoi occhi acquosi dietro alle lenti spesse avevano la capacità di sondare l'irrazionale che c'è dietro ad ogni malattia. Lo ha odiato chi si è sempre (e giustamente) attestato sulle cifre fornite dalle analisi. Ma a volte vale anche «come» si arriva alla fine del proprio percorso di vita. Di Bella aveva scoperto, in larga compagnia in questa direzione, che una gran quantità di vitamine e di sostanze che in genere il corpo sano produce da solo, come la melatonina, aveva la capacità di galvanizzare i malati. E chissà, qualcuno effettivamente sopravviveva; qualcuno che, dice la ricerca ufficiale, ce l'avrebbe fatta in ogni caso. Quando l'esercito dei malati «condannati» insorse chiedendo la sperimentazione del cocktail, del quale peraltro erano noti tutti i componenti chimici e nessuno, tranne in alcuni casi la somatostatina, aveva effetti miracolosi sul cancro, si sollevò in Italia il problema del rapporto medico-paziente. Perché all'allora ministro della Sanità Rosi Bindi apparve subito chiaro che questo era il problema vero: l'oncologo che deve dare una prognosi infausta ha bisogno di pietà e di pazienza nei confronti del malato, sapendo che sta infliggendo dolori per seguire i protocolli. Con scarsissime speranze di guarigione. Spesso i medici non capivano le ansie del paziente mentre su questo i medici di Luigi Di Bella erano maestri.

di Antonella Fantò

Il Mattino di Padova 02/07/2003
http://www.mattinopadova.quotidianiespresso.it/mattinopadova/arch_02/padova/attualita/va702.htm  
   
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