Rassegna stampa

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Padova i casi del chirurgo Domenico Semisa e della piccola Chiara Lo studio del medico era il riferimento per migliaia di pazienti
Il sogno svanì con la morte del discepolo

PADOVA. Non c'è un giorno che segna, nel Veneto, l'inizio del caso Di Bella. E' un'onda lunga, che arriva dalle manifestazioni romane e precipita nelle case con la potenza martellante della tv. Ma c'è un giorno che segna la fine della speranza: è il 13 ottobre 1998, e a Padova muore il dottor Domenico Semisa. Aveva 48 anni, era il referente per il Nordest del professor Luigi Di Bella. Aveva un tumore, curato con la multiterapia. Alla fine, era tornato alla terapia tradizionale. Ma era troppo tardi. Era un bravissimo medico, una persona squisita. Aveva una bambina piccola, e una specializzazione in chirurgia plastica che, di questi tempi, avrebbe potuto fare di lui un professionista felice, affermato e molto ricco. Il tumore lo aveva aggredito una prima volta al sistema linfatico: lo aveva fermato con la multiterapia, e a quella si era convertito. Era diventato, nel suo ambulatorio presso l'Euganea Medica di Albignasego alle porte di Padova, il punto di riferimento triveneto del professore di Modena. A febbraio 1998 la sua agenda non aveva uno spazio libero fino a novembre, ma lui a novembre non è mai arrivato. La sua morte ha segnato il declino della speranza, quando ormai il silenzio mediatico si andava richiudendo sulle vicende Di Bella, anche se davanti all'abitazione del professore continuava, e sarebbe continuato a lungo, il pellegrinaggio di malati da tutta Italia, che c'erano anche prima che la somatostatina diventasse la parola più battuta dalle agenzie di stampa, e più dibattuta persino in Parlamento. I giornali hanno avuto un ruolo centrale in questa vicenda, anche perché per molti cittadini sono stati un terminale unico di informazioni, e in alcuni casi di supplica: era ai giornali che la gente telefonava per chiedere una scorciatoia per l'appuntamento con il medico, un'informazione nel caos delle prescrizioni; per aprire il cuore, per urlare proteste, per maledire, benedire, portare testimonianze. Ogni storia, necessariamente, un dramma; quel che la cura Di Bella prometteva - e dava almeno sotto il profilo palliativo -, toglieva in realtà nello strazio inflitto ai famigliari dei malati. A loro veniva mostrata una cura possibile, c'era chi la garantiva e chi la smentiva, e comunque arrivarci era difficile. La clessidra del cancro faceva il suo corso mentre la gente era dilaniata sulla cura da fare, sull'errore da evitare, sulla medicina da procurare. Una donna telefonava, e mostrava generosamente gli incartamenti del marito: morto sì, ma d'infarto, perché del tumore tanti anni prima era guarito grazie alla cura di un medico al tempo sconosciuto ai più, tale Di Bella da Modena. Un altro lettore chiamava, e raccontava della madre morta e del rimorso provato, per non averla fatta curare con i metodi tradizionali. Un caos di farmaci e di sentimenti, scambi durissimi di accuse, giudici in corsia e medici in tribunale, il peggior bivio possibile per tanti. La vicenda più dolorosa resta quella di Chiara, uccisa a dieci anni da una gravissima forma di leucemia, la più aggressiva. Chiara era stata curata con i metodi tradizionali e aveva sofferto pesantissimi effetti collaterali. Il suo giovane organismo aveva dato segni di ripresa, quelli che si possono anche esprimere con percentuali, ma ha più senso dire che ce l'aveva quasi fatta, e quasi a dieci anni vuol dire troppo poco. La mamma aveva scelto per lei la terapia del professor Di Bella, proprio nei giorni di massima esposizione del fenomeno; e aveva visto la sua bambina - una splendida bambina - rifiorire. I medici dell'ospedale di Padova che l'avevano in cura avevano chiesto l'intervento del Tribunale per i minori, e i giudici avevano emesso una sentenza che entrambe le parti avevano giudicato di grande equilibrio. La bambina sarebbe stata curata come la mamma voleva, ma tenuta sotto osservazione anche dalla medicina ufficiale. Agli iniziali e incoraggianti segni di miglioramento era seguito un tracollo improvviso e inarrestabile. Chiara è morta un anno dopo l'inizio della multiterapia. Era il 1999, una domenica mattina d'ottobre, in ospedale.

di Anna Sandri

Il Mattino di Padova 02/07/2003
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