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medici: «Ma dobbiamo usare le cure migliori» SCIENZA & MORALE Tra biodiritto e libertà di cura operatori a confronto a Legge
DI BELLA, le domande

Un cittadino ammalato di cancro è libero di scegliere la terapia con la quale farsi curare? I medici che lo seguono sono tenuti ad ascoltare il cuore o la ragione? È solo una questione di codice deontologico o c'entra anche il portafoglio? Questi alcuni degli interrogativi posti ieri nell'incontro sulla libertà di cura, organizzato nell'ambito del progetto Biodiritto, ciclo di incontri e riflessioni promosso alla facoltà di Giurisprudenza di Trento dal dipartimento di Scienze giuridiche. L'incontro, per uno scherzo del destino, si è tenuto proprio all'indomani della morte del professor Luigi Di Bella. Appuntamenti di alto livello quelli organizzati per il progetto Biodiritto. Che non richiamano folle di partecipanti, ma che hanno il merito di far discutere fra loro medici, giuristi e studiosi di bioetica su problemi delicati e controversi come fecondazione artificiale, eutanasia e libertà di cura. All'indomani della scomparsa di quello che è stato definito il "dottor Speranza", per alcuni santo e per altri impostore, il seminario è stato dedicato ai tanti "casi Di Bella" che ciclica mente si verificano in Italia e in altri paesi. ---------------------------------------------------------------------- di Elisabetta Brunelli Cinzia Piciocchi, dottore di ricerca all'Università di Trento, ha offerto alcune riflessioni sulla libertà di cura nel diritto comparato. Una panoramica, dall'Italia agli Stati Uniti, attraverso casi di terapie alternative proposte contro il cancro che hanno spaccato l'opinione pubblica e il mondo del diritto. Aldo Vieri, il medico che aveva proposto di curare il cancro con gocce di aceto e di colchicina in alcol puro. E Liborio Bonifacio, il veterinario che credeva nell'efficacia di un siero ricavato dagli estratti di capra macellata per fermare la malattia oncologica negli esseri umani. Solo per ricordare due nomi e due storie che hanno preceduto il cosiddetto cocktail Di Bella. Ma nell'incontro di ieri si è puntata l'attenzione soprattutto sul rapporto tra medico e paziente. L'ha fatto Carlo Viafora, bioeticista della fondazione Lanza di Padova, che ha proposto un'analisi sotto il profilo dell'etica clinica. L'ha fatto lo stesso Carlo Casonato, docente della facoltà di Giurisprudenza e responsabile del progetto Biodiritto, introducendo i lavori. L'ha fatto Paolo Barbacovi, presidente dell'ordine dei medici di Trento e membro della commissione nazionale per la revisione e l'aggiornamento del codice di deontologia medica. È implicitamente riconosciuto dalla Costituzione italiana, all'articolo 32, che un cittadino possa rifiutare una cura. «Ma questo - ha precisato Barbacovi - non significa che un cittadino possa pretendere la terapia che reputa giusta per sé. Il codice deontologico ha fatto passi avanti. È richiesto il consenso del paziente, che ci sia dialogo fra medico e paziente, che questo venga informato e ascoltato. Ma il medico ha il diritto e il dovere di dare le terapie più aggiornate, quelle approvate e più condivise dalla comunità scientifica. L'attività medica ha responsabilità e competenze che non sono delegabili. Bisogna togliere la componente emotiva e demagogica». Per Casonato «la libertà di cura si scontra con due limiti. Da una parte con il diritto/dovere del medico di comportarsi secondo scienza e coscienza. Dall'altra con il limite del budget. Ciò significa che, se sono a carico del servizio sanitario nazionale, non posso pretendere terapie troppo costose. Oggi abbiamo mille cure più di ieri, ma non possiamo permettercele. O, meglio, se le può permettere solo chi ha i soldi per pagarsele o per andare dove le fanno». E la questione economica torna quando si parla di pluralismo culturale. Nelle società attuali, caratterizzate dalla mobilità e da una presenza sempre più consistente di stranieri, come ci si dovrà comportare di fronte alla persona immigrata che chiede di essere curata gratuitamente secondo il modo in uso nel suo paese? Le sarà assicurata comunque la terapia propria della sua cultura o le sarà consentito di curarsi come preferisce soltanto se a proprie spese?

di Elisabetta Brunelli

Alto Adige 03/07/2003
http://www.altoadige.quotidianiespresso.it/altoadige/arch_03/bolzano/cultura/at801.htm  
   
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