Rassegna stampa

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«Così ho sconfitto il tumore»

FOLIGNO — Un uomo malato di tumore, un calvario durato dieci anni e la forza incrollabile di chi vuol sopravvivere a tutti i costi. Giuseppe, classe 1941, pensionato di Nocera Umbra, si accorge nel marzo 1993 di avere un carcinoma midollare. Dopo due interventi, dodici cicli di chemioterapia, dieci di radioterapia e cinque anni di sofferenze inenarrabili i medici presso i quali è in cura formulano una diagnosi senza speranza. E' allora che Giuseppe approda alla multiterapia del professor Di Bella. E' lui stesso a ripercorrere le tappe di quell'incubo da cui oggi è finalmente uscito. Signor Giuseppe, la sua è una storia incredibile. «Sì, mi avevano dato per spacciato. Poi nel '98 ho cominciato la terapia Di Bella. Da quel momento ho ripreso a vivere». Lei ha conosciuto il professore? «No, purtroppo». In quei tragici anni chi le è stato vicino? «I miei familiari, senz'altro. Poi la dottoressa Nella Buccero, referente umbra dell'équipe del dottor Di Bella e l'avvocato Gian Vito Ranieri che ha da subito preso a cuore la mia situazione». Chi, invece, non le è stato vicino? «I nemici ce li abbiamo tutti». Tradotto: ci sono state persone che non l'hanno aiutata. «Mah... (Giuseppe si stringe nelle spalle e rimane in silenzio). Ripeto: sono stato aiutato e rispettato. Forse non da tutti». Qual è il ricordo più brutto della sua malattia? «I cicli chemioterapici. E poi quando mi sono state prospettate poche, pochissime possibilità di sopravvivenza». Oggi conduce una vita normale? «Praticamente sì. Continuo a gestire una piccola azienda agricola di mia proprietà». Cosa fa di un malato un malato senza speranza? «La mancanza di forza d'animo: se uno si ferma è finito. Si figuri che io mi sveglio la mattina alle cinque e vado nei campi a lavorare. Fino a quando ne avrò la forza». Tutto finito dunque? «Non proprio. Ho fatto causa all'Asl per ottenere l'addebito al servizio sanitario regionale delle spese dei costosissimi farmaci che ho assunto». In sintesi: i medicinali le hanno salvato la vita ma la burocrazia rischia di rovinargliela un'altra volta... «Io i soldi non ce li ho. E poi le sembra giusto che con un servizio sanitario pubblico sia il cittadino a dover sborsare il denaro di tasca propria?». Polemiche a parte, cosa si augura ora? «Mi auguro che la Regione dell'Umbria emani una legge regionale che consenta al servizio pubblico di pagare le spese della mia guarigione. E ora posso fare un ringraziamento?». Prego... «Vorrei ringraziare il giudice Beatrice Cristiani che mi ha autorizzato a proseguire la cura». Sconfiggendo il tumore... «Ma io non sono malato di tumore». Scusi? «Ho... come si dice... un carcinoma». Il suo male, quello da cui è guarito grazie alla terapia Di Bella, ha un nome diverso. Il nome della speranza.

di Alessandra Cristofani

La Nazione - Umbria 04/07/2003
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