Rassegna stampa

< C L I C C A  P E R  S T A M P A R E  >

Si è spento questa mattina all’ospedale Estense di Modena dove era ricoverato da alcune settimane. Il professore Luigi Di Bella, a cui si deve la famosa e contestata terapia anticancro, avrebbe compiuto 91 anni il prossimo 17 luglio. I funerali si terranno domani alle 11 sull’Appennino modenese nella chiesa parrocchiale di Fanano.
Addio Professor Luigi Di Bella

Se ne è andato sommessamente il professore modenese. Così come aveva vissuto, lieve e sorridente nonostante le bufere che le sue teorie avevano scatenato nel mondo scientifico e politico, in quello delle grandi lobbies della ricerca e dell’industria farmaceutica. Non entriamo nel merito dell’efficacia o meno del suo metodo, anche se le testimonianze positive di migliaia di pazienti ne avvalorano le tesi. A lui va senz’altro riconosciuto un differente approccio verso quel terribile male che la medicina definisce “incurabile” e che l’immaginario popolare fino a pochi anni fa non aveva neppure il coraggio di nominare limitandosi a chiamarlo “brutto male”. Un male così brutto, il cancro, che continua a portarsi via ogni anno migliaia di persone. Solo nel nostro Paese, ad esempio, 11 mila donne muoiono di tumore al seno e si stima che una donna su 14 sia destinata ad ammalarsi nel corso della sua vita. Questo nonostante si continui nel mondo della ricerca a parlare di alti tassi di guarigione e di propaganda per la prevenzione. Si diceva che Di Bella aveva ribaltato l’approccio con il cancro. Innanzitutto considerava il malato più che la malattia. Lo confortava, lo spronava a reagire. Rafforzava le sue difese immunitarie. Insegnava la speranza e cercava di cancellare l’orrore. “Con il cancro si può anche convivere” diceva ai suoi pazienti invitandoli a considerare la malattia con più serenità e meno timori. La casa-studio di via Marianini 45, alla periferia di Modena, è stata per moltissimi anni, e praticamente fino alla sua scomparsa, la sede delle sue ricerche e il punto di approdo, da tutta Italia e dall’estero, per tanti pazienti alla disperata ricerca dell’ultima speranza nella lotta contro il cancro. L’immagine dello scienziato curvo e canuto tenne banco soprattutto tra le fine del '97 e l’estate '98, quando le sperimentazioni sul suo metodo (frutto anche di ordinanze di magistrati, in primis il pretore di Maglie Carlo Madaro) fecero parlare a lungo stampa e oncologi. “Ho raggiunto buoni traguardi in silenzio, ignoto a molti ma non ai pazienti e ai parecchi colleghi che hanno creduto perchè hanno provato”, scriveva Di Bella nel volume “Cancro: siamo sulla strada giusta?”, cercando di indurre a cambiare strada nella terapia. “I miei protocolli sono stati adottati, in 25 anni, da oltre 10.000 pazienti. I risultati ottenuti e le tante remissioni mi hanno convinto che oggi possiamo avere meno paura dei tumori”. Ma, sottolineava, “è difficile rimuovere metodi perfettamente organizzati, che godono di appoggi politici ed economici. Però anche David osò combattere contro Golia. Ed è nobile portare un raggio di luce nel buio di una prognosi infausta”. Di Bella, catanese di Linguaglossa, nato il 17 luglio 1912, ultimo di tredici figli, si laureò all’università di Bari con 110 e lode nel '36 e il suo primo incarico fu quello di aiuto, per tre anni, nell’istituto di Fisiologia umana dell’ateneo di Parma. Lavorò poi a Modena, nel '41 partì come capitano medico per la Grecia, dove diresse un ospedale da campo, nel '48 conseguì la libera docenza in Fisiologia umana e in Chimica biologica. Socio di vari organismi medici, ha presentato comunicazioni e poster a numerosi congressi scientifici; dall’ 84, l’anno del suo pensionamento, ha proseguito la ricerca nel laboratorio privato, dove ha continuato a ricevere i pazienti. Sono stati gli studi su melatonina e somatostatina e le applicazioni sui malati a creare interesse attorno a Di Bella, la cui terapia si proponeva di arrestare la crescita tumorale, inibire la riproduzione delle cellule neoplastiche e creare le condizioni biologiche per controllare ed equilibrare la riproduzione delle cellule. “Di conseguenza - spiegava Di Bella - le formazioni neoplastiche, non potendo più crescere, nè riprodursi e trovandosi in un ambiente biologico sfavorevole alla continuazione della loro vita, si avviano all’ autodistruzione. L’importante non è solo ridurre la “massa” tumorale, che con la chemio ricresce e si metastatizza, ma rimuovere le cause dei processi animali senza avvelenare l’ organismo”. E’ stato il libro pubblicato nel febbraio di otto anni fa da un medico, Mauro Todisco, “Non morirai di questo male”, ricco di testimonianze di pazienti guariti, ad attirare per primo l’ attenzione sull' anziano ricercatore e sui suoi protocolli di cura. Un anno dopo, a Monza, durante un dibattito i pazienti insorsero minacciando di denunciare il Ministero della Sanità per omicidio colposo plurimo se non fosse stato ritirato il decreto legge che comminava sanzioni ai medici che prescrivevano la melatonina. Partirono le prime interrogazioni parlamentari, nacquero a Roma e a Trento le prime associazioni di pazienti, sotto la sigla Aian (Associazione italiana assistenza malati neoplastici). Poi fu un’escalation di commenti, di prese di posizione pro e contro, di manifestazioni di piazza a favore del medico. Un sabato pomeriggio del marzo '98 l’allora ministro della sanità Rosy Bindi - a poche ore di distanza da un’ imponente manifestazione pro-Di Bella a Roma, con migliaia di persone che chiedevano libertà di cura - arrivò d’urgenza a Modena e si chiuse a lungo nella casa-studio dove Di Bella viveva isolato e quasi estraneo egli echi delle polemiche. C' era aria di tregua, con la promessa del massimo rigore scientifico nella sperimentazione dei protocolli e la reiterata richiesta da parte dello staff dibelliano di poter curare “secondo scienza e secondo coscienza”. Gli esiti della sperimentazione, dopo mesi, aprirono molti dubbi e rinfocolarono le polemiche, mentre Di Bella continuava l' attività scientifica e le visite in via Marianini. La mente era sempre lucida, ma il fisico lo scorso anno cominciò a tradirlo: due i ricoveri nel giro di pochi mesi, in maggio all’ Hesperia Hospital di Modena (dove gli venne applicato il pacemaker) e in ottobre a Carpi. In entrambi i casi però riuscì a stupire i medici: superò le crisi e si rimise in pista, pur diradando le visite dei pazienti. Al suo fianco ancora alcuni ricercatori e i figli Adolfo, funzionario di banca, e Giuseppe, otorinolaringoiatra, il suo “portavoce” medico. Ancora al lavoro, fino alla battaglia più difficile, quella definitiva.

Gabriella Poli

La Padania 01/07/2003
http://www.lapadania.com/news/RUBRICHE/ricerca_e_salute_2003.htm#7  
   
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