Rassegna stampa

< C L I C C A  P E R  S T A M P A R E  >

E' un coro di no quello che ha raccolto, tra gli oncologi e i medici, la proposta del neo-ministro della Sanità di riaprire il dossier Di Bella. «Quel cocktail» - dicono - «non funziona. Perché ostinarsi?»
E Storace riesumò la somatostatina

Alla fine il commento più salace è del professor Silvio Garattini, il fondatore (nel 1963) del Mario Negri di Milano: «Se il principio che guida Storace è quello di dare una speranza ai malati, allora dovremo mettere a carico del servizio sanitario nazionale anche i maghi». Sì, perché la proposta del neoministro della Sanità di valutare l'opportunità di inserire tra i farmaci di fascia A la somatostatina, ingrediente base del presunto cocktail antitumorale dello scomparso professore modenese Luigi Di Bella, suscita apprensioni tra gli esperti, i medici, quelli che coi malati di cancro lavorano quotidianamente. E hanno potuto sperimentare quanti guasti può produrre la diffusione di ingiustificate illusioni quando si tratta di combattere contro malattie incurabili, o ritenute tali. Il rischio, affonda Giuseppe del Barone, presidente dell'ordine dei medici, «è riaccendere senza prove le speranze dei malati», inducendoli così ad abbandonare, come nel 1997, le terapie tradizionali. Con conseguenze spesso irreparabili. CLAVA DI BELLA Anche Rosy Bindi, ex ministro della Sanità ai tempi della sperimentazione sui malati, è infuriata e parla di «pessima partenza e scelta irresponsabile». Boccia la proposta anche il professor Roberto Labianca, presidente degli oncologi italiani: «La sperimentazione diede risultati del tutto negativi, perché riprenderli?» Condotta in due fasi nel 1998 su 1100 pazienti, con diversi gradi di avanzamento della malattia, la sperimentazione ebbe esito del tutto negativo. Le speranze dei malati che invocavano libertà di cura e vedevano nel mite professore modenese una specie di demiurgo che avrebbe posto fino allo strapotere dei lobbisti delle case farmaceutiche e degli ideologi dell'accanimento terapeutico, furono frustrate. Ma le polemiche non si placarono, se non dopo parecchi mesi, perché ormai il cocktail Di Bella, da metodo di cura scientifico dimostratosi fallace, si era trasformato (siamo in Italia) in una clava da utilizzare contro gli avversari politici e i cosiddetti baroni dell'oncologia. Nel clima infuocato dell'epoca, dove anche la medicina veniva piegata ad esigenze elettorali o giornalistiche, il professor Di Bella, la cui casa modenese era ormai presa d'assalto da migliaia di malati e dai loro familiari, arrivò a sostenere in un'audizione alla Camera: «Non ho mai visto nessuno morire di cancro». UN SITO PER DIMOSTRARE «IL BLUFF» Eppure, i coordinatori della sperimentazione individuati dalla Bindi erano tutti oncologi piuttosto noti e seri, il cui operato era supervisionato peraltro da una squadra di garanzia composta da medici internazionali di granda fama. I pasdaran dibelliani, a capo dei quali c'era il figlio Giuseppe, che fu anche candidato da Alleanza nazionale, sostennero che la sperimentazione era un bluff, che i pazienti erano stati scelti tra quelli senza speranza, che la Bindi aveva mescolato le carte per fare un favore allo strapotere scientifico dei sostenitori della chemio. Insomma, il solito guazzabuglio all'italiana, con guelfi e ghibellini pronti a darsi battaglia (politica, non scientifica) sulla pelle dei malati. Aprì anche un sito, Di Bella junior, per dimostrare che la Bindi aveva giocato sporco: uno in Italia, metododibella.org, uno all'estero, del National institute of Health americano. «La cura non è più un problema di fede ma di volontà politica», tuona ora il figlio del professore modenese. Risponde Dino Amadori, Presidente Associazione Italiana di Oncologia Medica: «L'unica patologia che risponde alla somatostatina sono i tumori neuroendocrini». E, infatti, aggiunge senza malignità, «essa è usata dal 1975».

di Paolo Papi

Panorama 08/05/2005
http://www.panorama.it/italia/politica/articolo/ix1-A020001030644  
   
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