Rassegna stampa

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Il figlio del noto oncologo italiano a Lugano: "Sperimentazione falsata"
Terapia Di Bella, un caso aperto

Una sperimentazione falsata e quindi non attendibile. E' quanto si legge in un rapporto dei NAS (un nucleo dei carabinieri italiani) consegnato nel dicembre del 1998 alla Procura di Firenze. I farmaci della "terapia Di Bella" consegnati ai pazienti sotto osservazione erano scaduti da almeno tre mesi. Ed ancora, molti pazienti hanno lamentato un insolito gusto di acetone. Insomma, la sperimentazione ordinata dal Ministero italiano della Sanità non è valida. Accuse pesanti, circostanziate e documentate in un libro-dossier scritto dal giornalista Vincenzo Brancatisano. Accuse condivise dal dottor Luigi Di Bella e dai suoi sostenitori, come l'Associazione svizzera terapie alternative contro il cancro che, ieri a Lugano, ha organizzato un incontro pubblico con Brancatisano e il dottor Giuseppe Di Bella, figlio del noto oncologo italiano. Doveva arrivare il padre, ma è a letto con l'influenza. E' passato un anno e mezzo, e migliaia di pazienti che si sottopongono alla cura Di Bella dicono di star bene. Vincenzo Brancatisano snocciola le cifre: il 29% di coloro che si sono sottoposti alla sperimentazione è ancora in vita; il 12% era dato per spacciato dalla medicina "ufficiale". Ma allora perché tanto accanimento? Come si giustifica il gran polverone alzato in Italia? "Siamo vicini ad una chiarificazione, perché molto Procure stanno indagando sull'operato del Ministero italiano della Sanità" ci dice il dottor Giuseppe Di Bella. Aspettate dunque un verdetto giudiziario? "Infatti. Stanno emergendo elementi molto gravi che verranno sottoposti anche al Parlamento. C'è una vera e propria pioggia di interrogazioni parlamentari. Una di queste, firmate da alcuni nomi prestigiosi del Senato italiano, recita letteralmente che questa sperimentazione è stata fatta al di fuori di ogni regola internazionale. Va poi aggiunto che il Ministero ha ammesso che in ogni flacone contenente un elemento fondamentale della terpaia, c'era acetone. Non ci doveva essere, con tanto di disposizione scritta, perché è un solvente ed andava eliminato. Gli era stato spiegato come andava eliminato. Non solo l'hanno lasciato, ma non l'hanno nemmeno segnalato e i pazienti non sono stati informati. L'acetone è tossico" Per dirla in parole povere, dottore, voi avete il sospetto che questa sperimentazione sia stata pilotata? "Noi non sappiamo se è stato fatto per mancata conoscenza di queste regole farmacologiche oppure per dolo. Questo lo verificherà il magistrato. Il dato di fatto è che questo prodotto, l'acetone, non ci doveva essere ed era stato escluso prima dell'inizio della sperimentazione. Si tratta di una sostanza tossica che è stata data a pazienti in altissima percentuale in condizioni gravi, con capacità di disintossicazione minima. Non solo, ma quasi tutti era stati pre-trattati con chemioterapia e tutti sanno che la "chemio" uccide il fegato. Questi pazienti non avevano la possibilità, come una persona sana, di disintossicarsi. Il riscontro, del resto, noi ce l'abbiamo anche sotto l'aspetto clinico. I pazienti che hanno ricevuto i nostri prodotti in farmacia preparati bene, non hanno registrato quei sintomi tossici che gli sperimentatori hanno attribuito al metodo di cura". Accuse pesanti. Eppure la sperimentazione è stata condotta da oncologi di indubbia fama? "Certo. Ma c'è un altro elemento che emerge da un'indagine dei carabinieri. Il gruppo dei NAS sostiene che a 1.048 pazienti sono stati somministrati farmaci scaduti. Senza proprietà farmacologiche e persino tossici. Lo stesso verbale dei carabinieri recita letteralmente che in considerazione di ciò, la sperimentazione non poteva avere validità scientifica. Ma allora come giudicate questo accanimento? "Si può giustificare con una collusione di interessi estremamente ampia. E non solo di ordine finanziario ed economico. Perché la terapia Di Bella non fa business e le spiego perché: i diritti di brevetto della somatostatina biologica sono decaduti, per cui la cura costa decisamente poco. Per mettere in commercio un prodotto chemioterapico, l'industria spende oltre 600 milioni di franchi. Oltre questo c'è un aspetto di casta, di corporazione. Del mondo accademico, ma anche della scienza medica internazionale che ha rifiutato questa terapia ed oggi è in gravissimo imbarazzo, perché la letteratura mondiale la sta confermando tutta in maniera puntuale.

Aldo Bertagni

La Gazzetta del popolo 31/01/2000
 
   
indirizzo di questo documento: http://www.atsat.it/articolo.asp?id_articolo=82
   
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